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meravigli de la mia venuta così a buon’ora, non essendo ancora il sole a pena spuntato fuori d’oriente. Ma molto più ti meraviglierai quando ti dirò la cagione del mio venire. Tu sai l’amicizia che è tra Camillo e me, nè bisogna che io te ne informi, perciò che tu chiaramente hai in molte cose veduto che io da lui a’ miei fratelli carnali non faccio differenza, perchè certamente io l’amo come la vita mia propria. So anco che conosci quanto a mal mio grado, essendo io nodrito in corte di Roma, e avendo fatto lunga dimora a le corti de la Francia e de la Spagna, e praticato in molti luoghi di quei regni, io me ne stia in questa mia patria, ov’è un viver molto alieno da la mia natura e da la maniera del conversar dei luoghi ov’io son creato e lungo tempo vivuto. Per questo mi vedi di rado aver pratica con questi cittadini, perchè niente tengono del cortegiano; ed il viver loro è molto difforme da la conversazione che io desiderarei veder ne la patria mia. Onde la vita mia faceva con Camillo ed uno o dui altri, i quali sono stati ancora eglino fuori, ed hanno appreso mille belle maniere di vivere e di costumi gentili e di festeggiar gli stranieri ed onorargli. Hanno poi questi cittadini universalmente questa boria in capo, che vogliono essere tenuti i primi de la città, i quali se caminano per la strada, gli vedi andare gonfii e pettoruti, rimirando quinci e quindi chi fa loro di berretta, chi se gli inchina, chi gli saluta, chi gli cede il luogo più onorato e chi da loro in tutto e per tutto dipende, come se essi fossero ben gran conti e cavalieri e signori de la città. Io porto ferma openione che non sia gente in Italia che più s’appaghi di titoli onorevoli, come di marchese, di conte e di cavaliero, come fanno costoro, i quali godeno meravigliosamente esser con simil nomi domandati, se ben le facultà non sono di maniera che si possa viver cavallerescamente. Ora, io sono un di quelli a cui queste fumose grandezze e titoli vani sono più a noia che il morbo, e più m’apprezzo de l’oneste facultà che a’ miei fratelli ed a me gli avi nostri per antica eredità ci hanno lasciate, che d’esser chiamato nè cavaliero nè conte. Chè a dir il vero, io vorrei de l’arrosto e non del fumo, perchè l’arrosto nodrisse e il fumo ci soffoca e fa morire. Ma perchè molte fiate di questo abbia insieme ragionato e con vere ragioni biasimato il modo del viver di questa terra, e desiderato, ben che indarno, che ci fossero quelle oneste e lodevoli domestichezze che sono molte altre città di Lombardia, di questo non dirò altro se non che, essendo scioperato, e non sapendo alcuna volta ove ridurmi, andava assai sovente a la stanza de la Cinzia, ove sonando, cantando, scherzando