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monsignor Antonio da la Rovere dei signori di Vinuovo, in Italia, vicino a Turino, uomo di castigata vita e di dottrina, che prete Elia da Alto Pino era vicario de la parrocchia de la villa di Ameto de la giurisdizione di monsignor di Caumont, diocese agennese. Teneva esso prete una concubina con la quale era perseverato più di dicenove anni, sempre tenendola in casa come fosse stata sua moglie. Del che ne la villa e circonvicine parrocchie ne nasceva scandalo ed assai se ne mormorava. Ma egli punto non curava il dir altrui, anzi perseverando nel concubinato andava di mal in peggio. La consuetudine di monsignor il vescovo era, quando trovava alcuno prete che occultamente peccasse, quello con umanità, modestia e clemenzia grandissima ritirar al ben fare e levarlo fuor del peccato, correggendolo con amore e carità e con penitenzie segrete, ove il fallo era occolto. Quelli poi i cui peccati erano publici e scandalosi con più severità gastigava e puniva con penitenzie publiche o con l’impregionarsi, usando perciò sempre più misericordia che giustizia, come buon pastore che era, cercando più tosto la vita del delinquente che la morte. Ora, intendendo egli la pessima vita di prete Elia, lo fece citare innanzi al suo tribunale. Venne il prete, ed essendo dal vescovo essaminato, liberamente confessò il suo gravissimo errore, e con umiltà e lagrime ne dimandò perdono. Monsignore, veduta la libera confessione ed il dolore che prete Elia mostrava del suo peccato, promettendo di mandar via la femina e mai più non cader in simil fallo, ma viver da buono religioso, gli ebbe compassione, e lasciatolo alquanto di tempo in carcere, con digiuni ed altre penitenzie macerandolo, il fece poi cavare fuora. Venne prete Elia innanzi al vescovo ed ai piedi di quello prostrato, domandò di nuovo perdonanza e misericordia. Monsignore alora gli disse: – Prete Elia, l’enorme, libidinoso e grave tuo peccato, e il lungo' 'tempo che in quello sei vivuto, con lo scandalo dato ai tuoi popolani ed a molti altri, meritava che io ti facessi perpetuamente macerare in una oscurissima prigione con poco pane e poca acqua. Ma veggendo, secondo l’esteriore dimostrazione che fai, che tu hai contrizione de le tue sceleratezze, e che mi prometti levarti fuor di questo fetente fango de la lussuria e più non gli ritornare, ed anco perchè ho buonissimo testimonio che tu governavi bene l’anime a la tua cura commesse e, ancor che tu vivessi male, essortavi nondimeno il popolo a viver catolicamente, e riprendevi i vizii, io ho voluto usar teco più di clemenzia che di severità e giustizia. Fa che tu riconosca la pietà che ti ho e ch’io più non senta querele di te, perchè ti tratterei