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eglino le trovassero pieghevoli, e ai disonesti appetiti che hanno, arrendevoli; onde non potendo conseguir il libidinoso lor desiderio, quel casto animo e pudica voluntà che prima lodar solevano e tanto commendare, chiamano crudeltà, fierezza e superbia. Cotal era il re Odoardo, il quale veggendo che la donna perseverava nel suo proposito ferma e punto a le di lui preghiere non si piegava, ma assai più ritrosa si discopriva, quella diceva esser una fiera tigre, una donna intrattabile e crudelissima. E non avendo tempo di far dimora a Salberì per altri affari che occorrevano, sperando ricoverar meglior occasione per dar compimento al fatto suo, il dì seguente per tempissimo levato si partì, e prendendo congedo da la dama pianamente le disse, pregandola, che meglio volesse pensar ai casi suoi e di lui aver pietà. Ella riverentemente gli rispose che pregava Dio che gli levasse quella fantasia di capo e gli desse vettoria contra i suoi nemici. Fu in questo mezzo liberato de la prigione il conte marito de la donna, il quale, o per disagio patito o che che se ne fosse cagione, in breve da gravissima infermità assalito, senza poter ricever compenso, se ne morì. E non avendo avuto figliuoli nè maschi nè femine da Aelips sua moglie, nè altro erede che gli succedesse, la contea di Salberì ritornò in mano del re. La donna, oltra modo dolente de la morte del marito, dopo alcuni giorni a la casa del padre, che Ricciardo conte di Varuccia era, si ridusse, il quale perchè era uno dei consiglieri del re abitava in Londra. Si guerreggiava in quei tempi ne la Bertagna, tra Carlo di Blois che fatto s’era duca di Bertagna, e la contessa di Monteforte già stata duchessa del paese. Il re di Francia favoriva Carlo di Blois suo cugino, e Odoardo a la contessa prestava ogni aita a lui possibile, avendo prima fatta tregua con gli scocesi. E per occasione di questa guerra egli alora dimorava in Londra, ove sapendo che Aelips s’era ridutta, pensò che ai suoi amori si potrebbe dar alcun ristoro. Era sempre stato il re con questo pensiero al core, nè altrove in modo alcuno rivolger lo poteva. La dama alora aveva da venticinque in ventisei anni, e tanto ben compariva in abito vedovile che nulla più. E come già s’è detto, ella era fuor di misura bella, e con l’estrema bellezza e leggiadria ed altre sue belle maniere aveva congiunta somma onestà; il che al re fu cagione un tempo d’amarissima vita ed a lei a la fine partorì, come intenderete, eterna gloria. Amando adunque il re più che mai e tutte quelle cose operando per lo cui mezzo la grazia e l’amor d’una donna si deve poter acquistare,