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novella ii. 35

alto signore, eccovi non una sola figliuola ch’Ariabarzane vostro servo vi manda, ma tutte due, che sono quante egli ne ha. Udita il re e veduta la liberal cortesia d’Ariabarzane, il tutto accettò, e disse fra sè: io mi delibero di far ch’Ariabarzane con sommissima contentezza d’animo resti da me vinto. E prima che il messo che le giovinette aveva condutte si partisse, mandò a dimandar un suo figliuolo, che Cirro si chiamava, e sì gli disse: figliuolo, io vo’ che tu questa fanciulla sorella di mia moglie, la qual, come vedi, è bellissima, sposi per tua. Il che il giovine fece molto volentieri. Da l’altra parte il re, ripresa la sua, cominciò una solenne festa, e volle che le nozze del figliuolo fossero celebrate con grandissimi trionfi e feste, e che durassero otto giorni. Avuta Ariabarzane questa buona nuova, nè ancor chiamatosi vinto, e parendogli che il suo avviso gli riuscisse a pennello, deliberò mandar il figliuolino poco innanzi nasciuto al re, il quale, com’è detto, lo simigliava come mosca a mosca. Fece adunque far una culla d’avorio bellissima, tutta contrapassata di fin oro, ornata di preziosissime gemme; poi fattovi dentro porre il fanciullo in finissimi drappi di seta e di broccato d’oro, quello con la sua nutrice pomposamente accompagnato fece condurre al re in quel tempo che le solennissime nozze si celebravano. Era esso re in una ornatissima sala in compagnia di molti dei suoi baroni. Ove giunto colui che il carico aveva di presentar il fanciulletto al re, fece la culla innanzi a lui deporre ed inginocchiossi innanzi a quello. Il re e tutti i baroni di questa cosa meravigliati, attendevano ciò che il messo voleva dire. Il quale, tenendo la culla, disse: invittissimo re, io da parte d’Ariabarzane mio padrone e vostro vassallo inchinevolmente vi bascio le real mani, e, fatta la debita riverenza v’appresento questo dono. Ariabarzane infinitamente l’altezza vostra ringrazia di tanta umanità, quanta con lui v’è piaciuto d’usare, degnandovi far seco parentado. Il perchè non volendo a tanta cortesia esser ingrato, questo dono (e quivi discoperse la culla) per me vi manda. Scoperta la culla, apparve il bellissimo figliuolino che era a veder la più vezzosa cosa del mondo, e tanto si vedeva simil al re, come la mezza luna a l’altra metà appare. Alora ciascheduno, senz’altra cosa udire, disse: veramente questo figliuolo, sacro re, è vostro. Il re non si saziava di mirarlo, e tanto era il piacer che da la vista di quello pigliava, che nulla diceva. Il fanciullo, facendo tali suoi movimenti vezzosi e con le pargolette mani scherzando, spesso al padre con soavissimi risi si avvolgeva. Il quale, poi che buona pezza intentamente l’ebbe rimirato, volle dal messo saper che