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era mandato da la padrona in altri luoghi, era il primo a far l’innamorato con questa e con quella e molto forte dimesticavasi, ed anco in alcuni monasteri aveva de le pratiche amorose, e dava e riceveva doni e tutto ’l dì scriveva lettere d’amore; il che la moglie molto ben sapeva e mostrava curarsene assai poco. Ella aveva, innanzi che si maritasse, tenuto un figliuolo a battesimo ad un soldato di Gibello che era piacevole e buon compagno, e, come si costuma, si chiamavano compare e comare. Di questo entrò in gelosia grande il bergamasco e non volle che Zanina lo chiamasse più per compare nè che parlasse seco, di modo che volle che si rompesse il santo comparatico. Diceva poi mille volte il dì che chiaramente conosceva che quando egli non ci era, che sua moglie aveva la libertà di far come l’altre e che nessuno l’averia gridata nè ritiratala da questo viver largo, ma che tuttavia ringraziava Dio che conosceva d’aver per moglie una saggia giovane che non andava dietro a queste cortegianerie. La signora Clarice che era troppo buona e che si pensava con la sofferenza e pazienza sua indurre Gandino a viver realmente e da costumato cortegiano, gli diceva spesse volte che s’ingannava e che attendesse a vivere in pace; e che se pur voleva governar sua moglie a suo modo, che facesse ciò che più gli piaceva, e lasciasse la cura a lei de le donzelle, chè ben le saperia governare, e che tante ne aveva avute e maritate ne le quali, la Dio mercè, non era mai accaduto un minimo scandalo. Ma egli non metteva mente a cosa che la padrona gli dicesse, e veggendo che non era udito e che i ricordi suoi non si mettevano in essecuzione, di stizza imperversava e diceva ciò che a bocca gli veniva così contra quelli di casa come contra la signora. Nè per altro cercava egli che le donzelle fossero da la padrona tenute chiuse come monache, se non per far che sua moglie non avesse cagione di rammaricarsi e dirgli come talora soleva: – Le mie compagne se ne stanno in festa e in gioia, ed io qui in camera da voi son tenuta serrata come una romitella, e pure devereste esser contento che io con le mie compagne mi trastullassi, chè se bene vi son forestieri, io non ho già mai veduta cosa meno che onesta. – Ma egli non la voleva intendere e con sue magre ragioni si sforzava d’acquetarla. Venne un dì a Gibello un grandissimo prelato giovine, con bellissima compagnia seco, ad albergar in ròcca. La signora Clarice cortesemente il raccolse, e per più onorarlo fece invitar molte belle gentildonne a mangiar matina e sera con esso prelato, e fatti venir suoni eccellenti fece ogni dì, mentre che il prelato ci dimorò, ballare. Il bergamasco