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un poco di senno ed esser ne le loro operazioni più moderati, avendo tutto il dì innanzi agli occhi gli strabocchevoli errori che fanno costoro che da le passioni amorose così di leggero si lasciano vincere. Ma nè più nè meno giova loro il veder o sentire le trascurate pazzie che gli innamorati fanno, che giova ai ladri e micidiali veder piantate le forche per le strade e spesse volte il manigoldo castigare il malfattore ora con la fune ed ora con la mannara, essendovi spesso di quelli che, mentre che il boia avvinchia l’unto capestro al collo d’un ladrone, rubano le borse a quelli che stanno a veder la giustizia che si fa. Così questi poveri amanti, ancor che conoscano di quanto male il non ben regolato amore sia cagione, correno nondimeno a darvi a sciolta briglia de le mani e del capo dentro, come non è molto che ne la mia patria di Cesena avvenne. – E pregato da la compagnia che poi che altro non ci era da ragionare, che narrasse come il caso era avvenuto, lo fece molto volentieri. Onde io che a la sua narrazione presente mi trovai, quanto seppi il meglio il fortunevol caso e degno di pietà scrissi. Nè mi parendo che voi debbiate esser privata d’intenderlo, sapendo quanto d’intender cose nuove vi dilettiate, ora ve lo mando e dono, tenendo per fermo che non vi sarà discaro, avendo voi sempre dimostrato di legger più che volentieri le cose mie così in rima come in prosa. Da la signora Margherita Pia e Sanseverina vostra sorella non passano ancora due settimane che io ebbi lettere, la quale stava molto bene. State sana.


NOVELLA XXXIII
Dui amanti si trovano la notte insieme, e il giovine di gioia si muore e la fanciulla di dolor s’accora.


Io non credeva già oggi, nè con questa intenzione son venuto qui, signore mie graziose e voi cortesi gentiluomini, pensando di divenir novellatore, non avendo ancora, che mi sovenga, fatto questo ufficio. Ma poi che voi me lo comandate, io voglio più tosto esser creduto cattivo dicitore che mostrarmi ritroso ai comandamenti vostri. Devete adunque sapere come non è molto ch’in Cesena fu un cittadino, che aveva d’una sua moglie, che già era morta, un figliuolo chiamato Livio ed una figliuola che aveva nome Cornelia, senza più; ed erano di età l’uno di venti anni e l’altra di dicesette. Eravi un altro cittadino non molto lontano d’abitazione da questi, che si truovava una figliuola detta