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loro, servando perciò sempre il decoro del tempo e del luogo. Non è qui persona che per udita non abbia inteso la poco onesta vita del nostro archidiacono, il quale, per quello che tutta Mantova dice, sempre fin da fanciullo s’è sommamente dilettato di dar le pèsche e di torle. Nondimeno, come tutti sapete, egli è sì pazzerone e tanto sfacciato che di cosa che di lui si dica punto non si cura, anzi come un bufalone se ne ride. Egli venne lunedì passato a San Sebastiano, raso di fresco che pareva un mellone, e con la veste sua di ciambellotto e col rocchetto indosso entrò in camera del signor marchese. Come il signore così polito il vide, ancora che egli nel letto fosse dai suoi soliti dolori aggravato, non si puotè perciò contenere che scherzando non gli domandasse quanto era che egli non aveva fatto piantar ravanelli nel suo orto. Il pecorone si mise a ridere stendendo quei suoi occhioni di bue, che proprio pare, come è chiamato, un arcifanfalo, non gli bastando l’animo di negar ciò che sa che tutti sanno. Fu domandato dapoi fuor di camera e andò in sala ove sono dipinti i divini trionfi di Giulio Cesare imperadore di mano d’Andrea Mantegna, con tanti altri bellissimi quadri di pittura eccellentissima. Quivi venne un notaio con testimoni, perciò che il pecorone voleva far certo contratto d’una vendita. Ed ecco arrivare in questo il signor mio zio, il signor Giovanni Gonzaga, il quale, intendendo ciò che si trattava, s’accostò festevolmente al notaio e così gli disse: – Aspetta e intendimi bene prima che stipuli questo contratto, se vuoi che sia valido. Non sai tu che non lece a la moglie senza il consentimento del marito o dei più propinqui parenti o col decreto del prencipe far contratto di vendita? Io qui vedo la moglie, – e pose la mano su le spalle a l’arcifanfalo, – ma non ci veggio il marito nè parenti nè alcuno dei magistrati marchionali. – Quanti in sala erano tutti risero de l’arguto e mordace detto del signor Giovanni, essendo manifesto il vivere disonestissimo de l’amico. Ma egli, come se inteso non avesse, al signor Giovanni ridendo rispose: – Signore, voi sempre scherzate e sète su le burle. – Il signor mio zio ridendo questa risposta a lui rivolto fece: – Quello che io ho detto è stato tutto per beneficio ed util vostro, perciò che io non vorrei che voi fossi astretto a rifare un’altra volta questo contratto, non avendo voi licenzia d’ubligarvi. – Ma il castrone punto non si mosse, e pur vedeva che quanti erano in sala smascellatamente ridevano. Detto questo tacque il signor Gostanzo, quando il signor Alessandro Gonzaga cominciò a dire: – Signori miei, noi siamo entrati in un cupo e largo mare, se crediamo in così poco tempo