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andato a vederla è non picciolo argomento de la sua vertù e de la mia fede. De la sua vertù che ella sia contenta che io serva al mio re, e le basta che spesso abbia nuova di me ed io di lei, non ci mancando assai sovente la comodità di visitarci con lettere. La fede mia poi e l’obligo che io conosco avere al re nostro signore, dal quale ho tanti e tali benefici ricevuti, ed il continovo guerreggiare che si fa a le frontiere dei nemici di Cristo, ponno in me molto più che non può l’amore de la moglie; e tanto più voglio che il debito mio verso il re preponderi a l’amor maritale, quanto che io so che de la fede e costanza de la mia donna posso viver sicuro, come di colei che, oltra la beltà sua, è saggia, costumata ed onestissima, e me sovra ogni creata cosa tien caro ed ama a par degli occhi suoi. – Cotesto è un gran parlare, – soggiunse il barone ongaro, – che voi dite di esser sicuro de la fede e pudicizia de la moglie vostra, de le quali ella istessa non potrebbe assicurarsi, perciò che ora sarà la donna in un proposito e non si moverà a preghiere nè a doni di tutto il mondo, che poi un altro giorno a un sol sguardo d’un giovine, a una semplice parola, a una calda lagrimetta e breve preghiera, diverrà pieghevole e si darà tutta in preda e in poter de l’amante. E chi è o già mai fu, che aver possa questa sicurezza? chi è che conosca i segreti dei cuori, che sono impenetrabili? Certo, che io creda, nessuno, eccetto nostro Signor Iddio. La donna di sua natura è mobile e volubile e il più ambizioso animale che sia al mondo. E quale è, per Dio, quella donna che non desideri ed appetisca d’esser vagheggiata, richiesta, seguitata, onorata ed amata? E bene spesso avviene che quelle che più scaltrite si tengono e pensano con finti sguardi pascer varii amanti, sono poi quelle che, non se ne accorgendo, danno de la testa ne la rete amorosa, e in tal maniera vi si avviluppano, che, come augelli presi al visco, non si ponno nè sanno districarsi. Sì che, signor Ulrico, io non veggio che la donna vostra più de l’altre, che di carne e d’ossa sono, sia da Domenedio privilegiata, che non possa esser corrotta. – Tanto è, – rispose il cavalier boemo – io mi persuado esser così, e giovami di credere che in effetto così sia. Ciascuno sa i casi suoi, e il pazzo sa meglio ciò che ha, che non sanno i suoi vicini ancor che siano savii. Credete voi ciò che vi pare, ch’io non ve lo divieto, e lasciate che io creda quello che più m’aggrada e mi cape ne la mente, perciò che il mio credere non vi può annoiare, nè il vostro discredere mi reca danno alcuno, essendo libero a ciascuno in simili avvenimenti pensare e creder ciò che più