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s’avvide de l’amore di lui. Ella, che Antonio vedeva assai bello e sempre in ordine di ricche e polite vesti, cominciò nel semplice petto largamente l’amorose fiamme a ricevere, in modo che Antonio in pochi dì s’avvide che il suo amore era ricambiato. Tuttavia egli era tanto avvezzo al giuoco, che da quello a patto nessuno distorre non si sapeva. Onde in poco tempo l’incauto giovine quasi tutto il patrimonio consumò. Per questo perciò non lasciò di tentare se poteva aver Carmosina per moglie. Ma il padre di lei, sapendo la cattiva vita che Antonio teneva, gli fece intendere, che essendo giocatore e che avendo il più del suo buttato via, egli mai la figliuola non li daria. Antonio, veggendosi per il giuoco e per la povertà rifiutare, restò molto di mala voglia. Egli, con tutto che la povertà fosse estrema, non s’era ancor tanto avveduto quanto bisogno gli faceva, che avesse fuor d’ordine le sue facultà giocate. Ma questa repulsa gli aprì gli occhi e gli fece vedere che meritevolmente era rifiutato. Onde oltra modo angoscioso seco stesso la sua disaventura maledicendo, come uomo che fuor di sè fosse, non ardiva in publico presentarsi. A la fine, fatti nuovi pensieri, lasciò totalmente il giuoco e, con l’aita d’alcuni parenti mise insieme assai buona somma di danari, e deliberò di giocatore farsi mercadante e d’andarsene in Alessandria d’Egitto, e tanto traficare ed affaticarsi, che egli a casa ricco ritornasse. Partito adunque da Napoli si mise in mare. Ma non era ancora il legno, ove egli era salito, in alto mare quasi cinquanta miglia, che si levarono subitamente diversi venti, i quali, essendo ciascuno oltra misura impetuoso, battevano e fatigavano sì la nave, che i marinari più volte per perduti si tennero. Tuttavia, come valenti che erano, in sì estremo periglio ogni arte e forza usando, essendo da grossissimo mare combattuti, furono a la fine da la fortuna vinti ed astretti a lasciar correr il legno dove il vento lo spingeva. Eglino erano stati tre dì in questa fortuna, quando vicini a Barbaria presso a la sera cominciò il mare a pacificarsi. Ma ecco, mentre che si ralegravano e credevano d’esser campati da così tempestosa fortuna, cominciando ad imbrunirsi la notte, che da alcune galere d’un corsaro moresco furono fieramente assaliti. Ed essendo tutti mezzo morti per il lungo travaglio sofferto, furono a salvamano presi e dentro a Tunisi menati prigioni. A Napoli venne assai tosto la nuova de la perdita del legno e di tutti gli uomini imprigionati. Carmosina, la quale oltra modo de la partita del suo amante era rimasa dolente, udendo quello esser capitato a le mani dei mori, lungamente questo infortunio