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sappiate come naturalmente tutti gli uomini sono inclinatissimi ad amare, sia questo o vertu o vizio; questa inclinazione è una infermitá che a nessuno perdona e a tutti nuoce, perciò che non è core, pure che d’uomo sia, che o tardi o per tempo a le volte non senta gli stimoli de l’amore. Se guardarete le isto- rie divine, trovarete Sansone il fortissimo, David il santissimo e Solomone il piú savio di tutti esser stati meravigliosamente ad amore soggetti. Se leggerete le romane, le greche e l’altre istorie, quanti ne trovarete voi che senza fine hanno amato? Cesare, che primo ci partorí l’imperio romano, a cui tutto il mondo cesse, fu di Cleopatra servo, la quale poco mancò che non facesse per amore Marco Antonio impazzire. Che fece Massinissa? Come in Puglia si diportò Annibaie? Vi potrei dir di molti altri eccellen- tissimi uomini, duci, regi ed imperadori, i quali a le fiamme amo- rose apersero il petto e l’amoroso vessillo seguitarono. Ma io porto ferma openione che il tutto a voi sia cosi chiaro come a me. Il perché, persuadendomi voi esser uomo che ne la vostra gio- ventú abbiate amato, non mi vergognerò discoprirvi le mie pas- sioni e farvi noto il mio supremo disire, e poi quella aita chie- dervi che al mio male qualche conforto apporti. E quando io non avessi questa credenza in voi, io mi ritrovarci di modo sconsegliato, che nel vero non saperei che piú farmi. Ma vo- glio e giovami credere che appo voi troverò perdono, com- passione ed aita. Saperete adunque, per non tenervi piú a bada, che io assai piú che me stesso amo vostra figliuola. Sommi sfor- zato quanto mi è stato possibile di levarmi di petto questa pas- sione, e il tutto è stato indarno. Onde a tal ridutto mi veggio, che senza l’amor de la figliuola vostra al mio vivere è giunto il fine. Averei potuto far de le cose che potete imaginarvi per averla, ma io bramo che il tutto si faccia segretamente. E per questo a voi sono ricorso, il quale so che volendo potete pienamente sodisfarmi. Il che facendo, sará la grandezza vostra e di lei.— Messer Bellincione, udito l’imperadore, si reputò d’aver trovata la sua ventura quando si gran prencipe era di sua figliuola inna- morato. E senza troppo pensarvi su, cosi gli rispose: — Sere- nissimo signor mio, state di buona voglia, ché mia figliuola