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NOVELLA LXVIII 67 scrissi, per accumularla al numero de l’altre mie novelle. Pen¬ sando poi a cui donar la devessi, non avendo io altro che dare agli amici miei che carta ed inchiostro, voi a la mente mia in un tratto m'occorreste, come quello .che io prima amai che ve¬ duto avessi, con ciò sia cosa che madama Gostanza Rangona e Fregosa, padrona mia e de le vostre rare doti indefessa pre- dicatrice, infinite volte di voi m’ha tenuto lunghi propositi. Ma perdonimi ella, ché io in quei pochi di che voi qui a diportarvi nosco dimoraste, v’ ho trovato esser da molto più che non è la fama ch’io udiva di voi. Né per questo voglio adesso dire tutto quello che di voi sento. Basta che voi séte persona gentilissima ed uomo da tutte l'ore, e rassembrate al zucchero che mai non guasta vivanda veruna ove si ponga. Eccovi adunque essa isto- rietta, che a l’onorato vostro nome ho scritta e dedicata, a ciò che al mondo resti testimonio del mio amore che vi porto e del desiderio che in me vive di potervi fare alcun servigio, se bene le forze mie sono assai deboli e poche. State sano. NOVELLA LXVIII Messer Marco Antonio Cavazza in meno di due settimane casca in vari e strani accidenti e, fatto schiavo di mori, vien liberato con sua buona fortuna. Non deviando punto, signori miei, da la materia de la quale si ragiona — e s'è assai tenzionato de la variazione che bene spesso fa la Fortuna dei casi nostri, che scherzando fa di noi come il gatto far suole del topo, e che insomma l’uomo, per fortu¬ noso caso che l'assaglia e spesso opprima, non deverebbe dispe¬ rarsi già mai, — io a questo proposito intendo narrarvi alcuni sfor¬ tunati accidenti, che non è troppo a Marco Antonio mio fratello, che tutti domesticamente conoscete, occorsero con grandissimo suo periglio, e dirvi insiememente come in pochissimi giorni egli la Dio mercé fu avventurosamente liberato. Devete adunque sapere che, avendo determinato l’illustrissimo e reverendissimo prencipe, monsignor Giorgio d'Armignac, cardinale di santa Chiesa dignissimo, di trasferirsi con tutta la corte sua a Roma, prima che da Rodez egli partisse, chiamato a sé Marco Antonio