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IL BANDELLO

a monsignor

guidone golardo di brasaco

presidente nel senato di Bordeos


Assai sovente suol avvenire che coloro, che si dilettano con inganni beffar il compagno, a la fine restano eglino, non se n’accorgendo, i beffati e gli scherniti. E questi tali non si ponno con ragione lamentare se loro è reso il contracambio de l’inganno, perciò che, come giá cantò il gentilissimo Petrarca,

          Che chi prende diletto di far frode,
          non si de’ lamentar s’altri l’inganna.

E non sofferendo la natura umana che ’1 bene non sia di convenevol guiderdone rimunerato, vuole anco ragionevolmente che gli inganni e misfatti siano puniti, a ciò che, come dice il volgatissimo proverbio, qual asino dá in parete, tal riceva. Eravamo questi di molti di noi di brigata in un nostro giardino a diporto, e d’uno in altro ragionamento travarcando, si venne a ragionare di certo prete, che circa un beneficio aveva maliziosamente ingannato un altro prete, che di lui, come d’amico, si era a la carlona, secondo che dire si costuma, di lui, dico, confidato, senza scritti e senza testimoni. E biasimandosi da tutti la poca fede de l’ingannatore e dicendo ciascuno di noi il suo parere circa il castigo che dare acerbamente se gli deveria, messer Matteo Beroaldo, parigino, uomo non solamente ne la lingua latina e greca eruditissimo, ma ne l’ebrea ancora e negli studi filosofici essercitato, e precettore del nostro signor Ettor Fregoso, dal re cristianissimo nomato al sommo pontefice per vescovo di Agen, ci narrò un meraviglioso inganno usato da un canonico di Laon ad un borghese e il degno castigo che dal senato regio al canonico fu dato. Sodisfece molto a tutti la pena