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NOVELLA XXV (XXVl) 277 di infinita meraviglia, quasi fora di sé, considerando molto mi¬ nutamente si nobile e regio apparato; e giudicò la padrona del luoco essere una de le prime gentildonne di Milano. Come fu scaldato, il discreto balio con lo scaldaletto d'argento scaldò benissimo il letto, e subito aiutò a dispogliare il giovane e farlo andare a letto. Non era a pena coricato, che la vedova intrò dentro con una maschera al volto. Ella era in una giubba di da¬ masco morello, fregiata in gran parte con cordoni piccioli di fino oro e seta cremesina, e sotto aveva una sottana di tela d’oro, tutta recamata con bellissimi lavori. Era con lei la sua balia, mascherata ancora ella, la quale aiutò a spogliare la padrona; di modo che l’aventuroso giovane contemplava con intento e ingordo occhio la persona de la donna, snella e ben formata, di giusta misura, con uno candidissimo petto decentemente rile¬ vato, e due tonde e niente pendenti mammelle, che pareano pro¬ prio da maestra mano formate. Vedeva anco le belle e morbide carni da minio nativo colorite. Come ella fu spogliata, si coricò appresso al giovane, senza perciò toccarlo, e tuttavia con la ma¬ schera su il volto. Il balio con la balia coprirono di maniera il fuoco che niente di luce poteva rendere, si diligentemente era stufato e coperto. Medesimamente poi ammorzarono il torchietto e via se n’andarono, fermando l’uscio de la camera. La vedo¬ vella allora, levatasi dal volto la maschera e quella dopo il ca¬ pezzale riposta, disse umanamente al giovane: — Signor mio, datemi la mano vostra. — Il che il giovane riverentemente fece, e sentendo la morbidezza e delicatura de la bellissima mano, tutto si senti smovere per ogni sua vena il sangue, attendendo ciò che ella voleva dire. La quale cosi disse: — Signore mio, a me vie piti de le pupille degli occhi miei caro, io credo che forte vi siate meravigliato del modo che qui fatto vi ho condurre; ma per¬ ché il messo mio so che la cagione vi ha scoperta, ogni vostra meraviglia deve cessare. Pertanto io vi dico che, fin che io non sia fermamente assicurata de la vostra costanza, taciturnità e se- cretezza, voi chi io mi sia non saperete già mai. Vi bisogna adunque avertire a non dire mai motto del modo che qui condutto vi séte, perché ogni minima paroluzza che voi ne diceste e me