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256 PARTE QUARTA Sarà forse chi mi dirà che io non sono mica il Boccaccio, la cui eloquenzia può ogni novella, ben che triviale e goffa, far parer dilettevole e bella. A questo io dico ingenuamente che non sono cosi trascurato che non conosca apertamente che io non sono da esser, non dirò agguagliato, ma né pure posto nel numero di quelli cui dal cielo è dato potere esprimere l’om¬ bra del suo leggiadro stile. Ma mi conforta che la sorte di questi accidenti non potrà se non dilettare, ancora che fosse iscritta in lingua contadinesca bergamasca. Onde avendo la signora Isabella da Casate, a la presenza de la magnanima eroina la signora Ippolita Sforza e Bentivoglia, narrata una beffa di esso Gonnella fatta a uno suo signore, quella ho descritta e al nome vostro dedicata, in testimonio de la nostra amicizia e di tanti pia¬ ceri da voi ricevuti. Ricevetela adunque con quello animo che 10 ve la mando, e state sano. NOVELLA XXIII (XXIV) 11 Gonnella fa una piacevole beffa al marchese Nicolò da Este, signor di Ferrara e suo padrone. Fu il Gonnella per origine fiorentino, figliuolo di uno mastro Bernardo, che teneva una bottega ne la quale faceva guanti, borse e stringhe e simili altre cose di cuoio, e per essere uomo di lodata vita, era spesso eletto rettore dei laudesi di Santa Maria novella. E non avendo altro figliuolo che il Gonnella, lo mandava a la scola a imparare e il nodriva molto costuma¬ tamente. Era il fanciullo di bonissimo e perspicace ingegno e imparava grammatica molto bene; ma era grandemente inclinato a fare de le beffe piacevoli a questi e quelli, di modo che per le sue piacevolezze era a tutti carissimo. E non li piacendo la stanza di Firenze, e meno l'arte esercitata da suo padre, essendo già di cerca venti anni, senza prender congedo dal padre se ne venne a Bologna; ma poco vi dimorò, che, udendo la fama del marchese Nicolò, si deliberò farsi cortegiano di quello. E cosi si ridusse a Ferrara, ove seppe si ben governare i casi suoi, che si acconciò per camerieri col marchese Nicolò con buono