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144 PARTE QUARTA insieme questa nostra vita con onesto piacere e perfetta con¬ tentezza, io ora vi tengo ne le mie braccia morta, e disperato di più vivere e mal sodisfatto del mio core e de la mia loquace lingua. Ahi, lingua, che tanto tempo hai taciuto e sei stata se¬ greta, fedele e leale! come a l’ultimo sei diventata ciarlatrice, varia, incostante, disleale e perfida? Ma io non debbio dolermi di altri che di me. Io quello sono che debbio essere appellato perfido, ingrato, disleale, traditore, malvagio e il più infedele che trovare si possa. Io volontieri vorrei querelarmi del duca su la promessa di cui mi confidai, sperando di vivere con più ^ sicurezza e godere più pacificamente gli amori miei. Ma io, sfortunatissimo, deveva bene pensare che uno tanto importante segreto quanto era il mio, nessuno meglio di me devea guar¬ darlo. Il duca ha molto più ragione dire i segreti suoi a sua moglie, che non avea io di rivelare quelli de la mia consorte. Adunque non mi conviene lamentare di nessuno se non di me stesso, che ho perpetrata la maggior e più nfefanda sceleraggine che imaginar si possa. Io devea più tosto soffrire ogni tormento e mille morti non che l’esilio, che mai aprire la bocca a dire quello che vietato mi era di far palese. Almeno la mia amabi¬ lissima signora sarebbe restata in vita e io gloriosamente morto, avendo costantemente servati li patti che erano tra noi. Ella pure averebbe chiaramente conosciuto quanto io l’avessi per¬ fettamente amata. Ma avendo contrafatto al suo volere io mi trovo vivo, ed ella per amare perfettamente, da insopportabile dolore accorata, è morta. Aimè, unica signora mia ! questo è avenuto perché il core vostro netto e puro non ha saputo come soffrire il vizio del vostro mal leale amico, onde avete eletta più tosto la morte che la vita. Aimè, perché sono stato cosi leggero di cervello e tanto ignorante? Ahi cor mio ingrato ! perché non ti schiantasti, quando io apersi la bocca a rivelare il segreto che celato essere devea? Il picciolo cagnuolo merita essermi preferito, perché più di me fedelmente egli ha la sua padrona amato. Ahi, mio caro cane, la indicibile gioia, che il tuo abbaiare si dolcemente mi apportava, mi si è convertita, lasso me! in mortale e amarissima tristezza, dapoi che per la