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NOVELLA V (Vi) 125 che lungamente, acciecata da disordinato appetito, ebbe farne¬ ticato e fatte due fontane di amarissime lagrime, rasciugati gli y^cchi, finse di essere inferma per non avere cagione di andar a cena col signore duca, al quale per l'ordinario Carlo serviva di darli bere. 11 duca, che in vero amava la moglie molto te¬ neramente, come senti che ella era de la persona cagionevole, la andò a visitare e le dimandò come si sentiva. Ella disse: — Signor mio, io credo essere gravida e penso che la gravi- dezza mi abbia fatto distillare uno poco di catarro dal cervello, che mi fa qualche fastidio, ma passerà via. E il mio male non vuole medico, perché noi donne si medicamo in queste discese meglio che non fanno li medici con le medicine loro. — E cosi, non volendo altrimenti medico, dimorò tre giorni menenconica fuor di modo. Intrò in capo al duca uno pensiero: che altro che gravidezza fosse quella che teneva la duchessa in letto; onde, per ¡spiare meglio l'animo di quella, andò la notte a gia¬ cersi con lei e le fece più vezzi e la carezzò più che mai fatto avesse. E veggendo che ella di continovo mandava fuori de l’appassionato petto focosi sospiri, via più si confermò ne l’ope- nione che avea. Però, recatasela in braccio e più volte dolcis¬ simamente baciandola, le disse: — Moglie mia cara, voi sapete molto bene quanto io vi amo, e che sopra pari bilancia pende la vita vostra con la mia, e che, morendo la vostra, la mia pa¬ rimente morirebbe. Il perché, se la vita mia vi è punto cara, che pure cara essere vi deve, egli conviene che voi mi disco¬ priate per ogni modo la cagione di questi tanti vostri ardenti sospiri, perciò che non mi può intrar ne la mente che il tanto sospirar provenga da pregnezza alcuna che in voi sia. Si che, anima e cor mio, ditemi che cosa è quella che vi affligge. — La duchessa allora, veggendo il suo marito si ben disposto verso lei, pensò esser venuto il tempo di poter spargere il suo veleno contra l’innocente Carlo che tanto odiava; e baciando amoro¬ samente il duca e in uno tratto dirottamente allargando il (reno a le lagrime, con infiniti singhiozzi, snodando la lingua, cosi con languida voce a parlar cominciò, dicendo: — Ahi, monsi¬ gnor, il mio male, che si m'affligge, è che io vi veggio troppo