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NOVELLA III (IV) 103 essendo anco da Boamare confortato e da Adulze insieme con <r|i altri suoi spinto, tornar di nuovo a tentare la fortuna, la quale mai non istà ferma in uno tenore, sperando che se prima contraria gli era stata, che li saria favorévole. E non dando indu¬ gio a la sua deliberazione, a Tunesi se ne ritornò; ove, trovata la porta de la città aperta, andò di lungo a la casa del mani- fete, e noi trovando in casa, tutti li propinqui e famigliari di quello crudelmente tagliò in pezzi. E con la scimitarra sanguino¬ lente in mano, accompagnato da li suoi seguaci, si inviò verso la ròcca, ne la quale volendo intrare, Fares, prefetto di quella, tirato il rastrello innanzi l’intrata, si sforzava animosamente proibirlo che non intrasse. Ma uno schiavo di Etiopia, che era con Amida, diede con una spada ne li fianchi a Fares e quello, passato da banda, gettò in terra più morto che vivo. 11 perché Amida, spinto il cavallo, passò su il corpo di Fares e intrò dentro; e quivi trovato Maomete manifete, commandò che fosse come una pecora scannato. E a questo modo ne Io spazio di una ora si impatroni de lo stato. Subito poi ne li menori fratelli suoi cominciò esercitare la sua ferina crudeltà con tanta insolenza e sceleratezza che, tutto pieno di sangue, senza vergogna, senza rispetto veruno, constuprò alquante con¬ cubine del padre. Fece poi divolgare che Muleasse avea rine¬ gata la religione loro maometana e fattosi cristiano e che poco dapoi se ne era morto. Di tutti questi accidenti avvertito Mu¬ leasse, come detto si è, venuto era a la Goletta con speranza di ricuperare il regno. Francesco Tovarre, per essere uomo di perspicace ingegno, ' con diligentissima considerazione discor¬ rendo tutto ciò che ragionevolemente accadere poteva, suase al re con evidenti ragioni che con quelle genti tumultuarie, che d'Italia condutte avea, non volesse andare a Tunesi se prima più minutamente non era informato meglio de le cose de la città e degli animi de li cittadini e popolani tunetani. Aveva egli gran dubbio de la fede africana e degli arabi temeva le insidie, per essere gente che facilmente d’ora in ora si cangia e segue chi più le offerisce e dona. Poi con maggior veemen- zia e più ardenti parole averti e più apertamente ammoni Gioan