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NOVELLA IX 399 l’arca e nettare, avendo egli la cura di far la giovane sepellire, dentro ve la fece quanto più soavemente si puoté distendere e porle un origliero sotto il capo. Indi si fece riserrar l’arca. Pie¬ tro entrato in casa, trovò Romeo che ancora era in letto, e come gli fu innanzi, da infiniti singhiozzi e fagrime impedito non po¬ teva formar parola. Del che Romeo grandemente meravigliato e pensando non ciò che avvenuto era ma altri mali, gli teneva pur detto: — Pietro, che cosa hai? che novelle mi rechi da Ve¬ rona? come sta mio padre ed il resto dei nostri? Di’, non mi tener più sospeso: che cosa può egli essere che tu sei cosi afflitto? Orsù, spedisceti. —Pietro a la fine fatto violenza al suo dolore, con debole voce e con parole interrotte gli disse la morte di Giulietta e che egli l’aveva veduta portar a sepellire e che si diceva che di doglia era morta. A questo cosi dolente e fiero annonzio restò Romeo per buona pezza quasi fuor di se stesso; poi come forsennato saltò fuor di letto e disse: — Ahi traditor Romeo, dis¬ leale, perfido e di tutti gli ingrati ingratissimo! Non è il dolore che abbia la tua donna morta, ché non si muor di doglia; ma tu, crudele, sei stato il manigoldo, sei stato il micidiale. Tu quello sei che morta l'hai. Ella ti scriveva pure che prima voleva mo¬ rire che lasciarsi da nessun altro sposare e che tu andassi per ogni modo a levarla de la casa del padre. E tu sconoscente, tu pigro, tu poco amorevole, tu can mastino, le davi parole che ben anderesti, che faresti e che stesse di buona voglia, e andavi indugiando di di in di, non ti sapendo risolvere a quanto ella voleva. Ora tu sei stato con le mani a cintola e Giulietta è morta. Giulietta è morta e tu sei vivo? Ahi traditore, quante volte l’hai scritto e a bocca detto che senza lei non potevi vivere? e pur tu sei vivo ancora. Ove pensi che ella sia? Ella qui dentro se ne va errando ed aspetta pure che tu la segua e tra sé dice: — Ecco bugiardo, ecco fallace amante e marito infidele, che a la nuova ch’io son morta sostiene di vivere. — Perdonami, perdo¬ nami, moglie mia carissima, ché io confesso il gravissimo mio peccato. Ma poi che il dolor ch’io provo fuor di misura peno¬ sissimo non è bastante a tormi la vita, io stesso farò quell’ufficio che il dolore deverebbe fare. Io mal grado di lui e di morte che