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IL BANDELLO

al molto magnifico e reverendo signor

giorgio beccaria


Secondo la commission vostra, venendo da Pavia a Milano il nostro piacevole e vertuoso messer Amico Taegio mi portò la vostra bellissima ed amorosa Psiche, da voi da l’Apuleio latino tradotta ne la lingua italiana, e strettissimamente mi pregò che io volessi con diligenza leggerla e rileggerla e con libero giudicio dirvene il mio parere, perché essendo voi d’animo di mandarla fuori, desiderate che possa lasciarsi vedere. Io di questa vostra amorevolezza e buona openione che di me avete ve ne rendo quelle grazie che per me si ponno le maggiori, e meco mi rallegro che tale mi stimate qual esser mi converrebbe a voler de l’altrui fatiche ne l’opere de le lettere far giudicio. Tuttavia ancora ch’io non mi riputo tale, non ho voluto mancar al desiderio vostro, e tanto piú volentieri quanto che mi pare con questo ufficio sodisfar in qualche parte a le tante vostre cortesie che meco la vostra mercé usate ogni volta che 10 vengo a Pavia. Presi adunque subito Apuleio in mano e conferendo di periodo in periodo, o come volgarmente si dice, di clausula in clausula il latino con l'interpretazion vostra, a me pare che voi ottimamente a l’ufficio del buono interprete abbiate sodisfatto, non vi curando render parola a parola, ma con circonlocuzioni in alcuni luoghi esprimendo chiaramente 11 senso de le parole e sentimento apuleiano. E perché possiate fermamente credere che io tutta la vostra Psiche abbia letta ed ogni cosa minima considerata, ho annotato qualche passo ed alcune poche parole, come nel foglio che vi mando M. Bandello, Novelle.