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NOVELLA LI 229 Che vuoi, moglie mia, ch’io faccia senza lui? E veramente se una sol cosa non mi ritenesse, io morrei più volentieri che mai morisse persona. E questo è, anima mia, che troppo più che la propria morte mi dorrebbe dopo me lasciarti, ché solo pensando ch’altri dopo me ti devesse avere, mi morrò di doglia. — A questo la semplice e buona donna gli diceva che si levasse questa fantasia, affermandoli che se per caso egli morisse, che a lui sovraviver non vorria, anzi vorrebbe ella prima morire che vedersi questo cordoglio de la morte di lui. E più volte fecero simil ragionamento, dicendo sempre ella che dopo lui la vita non le saria cara. Avuta l’albanese questa risoluzione, finse aver bisogno di scaricar il ventre, e levato di letto se n’usci fuor di camera, né guari stette che ritornò. Ed appresso a la moglie corcatosi, assai più che non era solito la festeggiò e non lasciò parte del candidissimo corpo di lei che non basciasse, quell’amo¬ roso piacer di lei prendendo che tanto gli uomini da le donne ricercano. Allegravasi la donna pensando che il marito devesse uscir di quei suoi fieri farnetichi, ed egualmente quello accarez¬ zava. Ma egli di nuovo ritornò a le lagrime ed ai sospiri. Qui di nuovo la moglie attendeva a confortarlo; e replicando egli le parole che di già dette le aveva, e ridicendogli ella che dopo lui viver non potrebbe, ed egli avendole due e tre volte le me¬ desime parole fatto replicare, il crudele ed inumano albanese, preso un pugnai bolognese che nel letto aveva recato quando di camera usci, diede a la donna su la testa una pugnalata e in quello stesso instante un’altra a sé nel petto, e cosi or sé or la moglie ferendo, la poverella e mal aventurosa moglie con bassa ed interrotta voce disse: — Oimè, io son morta, — non più. Alora il fiero moglicida dandosi del pugnale nel mezzo del core cacciò la brutta e sceleratissima anima a casa di cento milia diavoli, e la misera e disgraziata donna restò più morta che viva. La fante di casa ch’aveva pur udito non so che ro- more, era ita a la camera dei padroni e sentendo il ferir che il malvagio faceva, non potendo dentro entrare, era ita ad una finestra e chiamava aita ai vicini. Vennero alcuni e gettarono in terra l’uscio de la camera, ed avendo lume con loro trovarono