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202 PARTE PRIMA pensiero, si propose voler pazientemente la morte sofferire e lasciar la possessione a la sorella, a ciò che con quella si po¬ tesse nodrire ed a la meglio che si potesse maritarsi. Pertanto veggendo che l’innocenzia sua giustificar non poteva e per al¬ tra via non ci era modo a liberarsi, troncate tutte le pratiche di vender il suo podere, cominciò a disporre le cose de l’ani¬ ma. Egli aveva molti ricchi parenti del canto de la madre, i quali sapendo lui esser incarcerato per aver fatto contra gli ordini del magistrato, non ardivano parlare a favor di lui né pagar la condannagione per non rendersi al reggimento sospetti. Angelica che unicamente amava il suo caro fratello, intendendo la deliberazione che egli fatta aveva, si sforzò assai a farlo pre¬ gare ed essortare che volesse vender il lor podere e liberarsi de la prigione e de la morte, e non stesse per dote di lei. Ma il tutto fu indarno; di che la sconsolata giovanetta viveva in tanta amaritudine che altro non faceva che giorno e notte pian¬ gere ed affligersi e consumarsi senza ricever conforto alcuno. Essendo poi venuto l’ultimo giorno del termine, che se in quel di Carlo non pagava la moneta statuita da la Signoria, che il seguente giorno fosse su la piazza publicamente decapitato come ribello del Dominio, avvenne che circa l’ora di nona Anseimo Salimbene che era stato molti di in contado a le sue posses¬ sioni, tornando in Siena e dinanzi a la casa di Carlo passando, vide alcune donne quindi uscire e partirsi lagrimando. Il per¬ ché chiamato a sé uno che quivi vicino abitava, gli domandò se sapeva la cagione perché quelle donne che erano fuor de la casa del Montanino uscite piangessero. Colui che di tutto era informato narrò puntalmente ad esso Anseimo il caso di Carlo. Come Anseimo ebbe inteso il periglio ove Carlo si tro¬ vava, se n’andò a casa che, come già detto abbiamo, era a quella di Carlo vicina, e come fu scavalcato, subito entrò in camera e serratosi dentro, essendo solo ed interamente pen¬ sando a le cose udite, conobbe chiaramente che Carlo, o fosse colpevole o no, ché questo egli non poteva giudicare, voleva prima morire che eseredar la sorella. E fatti infiniti e vari discorsi sovra questo, disse ultimamente ne l'animo suo: