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NOVELLA XLVIII 195 costui e d’altri suoi pari incrudeli contra il sangue proprio e fece anco morire alcuni prencipi, i quali quando il re gli avesse tenuti da pari loro non sarebbero forse incorsi negli errori che fecero. Ora vivendo Luigi non come rfc ma privatissimamente, e vestendo per l’ordinario di vilissimi panni, portando un cappello tutto carco di cocchiglie e d’imagini di santi da duo o tre quat¬ trini l’una, avvenne che un di essendo egli rimaso con pochissima compagnia in casa, andò la sera ne la cucina ove il mangiar de la sua bocca si coceva, e vide un giovanetto d’assai buon aspetto e più che non si conveniva a si vii mestiero come faceva, per¬ ciò che girava al fuoco un spedo d’arrosto di castrato. Piacque l'aspetto e l’aria del fanciullo al re, e gli disse: — Garzone, dimmi chi tu sei e donde vieni, chi è tuo padre e ciò che tu guadagni il giorno con questo tuo mestiero. — Il giovine che novellamente era venuto in casa e dal cuoco del re preso per guattero, non conosceva ancor nessuno de la corte: si pensò che colui che par¬ lava seco in cucina fosse qualche peregrino che venisse da San Giacomo di Galizia, veggendolo vestito di bigio e con quel cap¬ pello in capo carco di cocchiglie, e gli rispose: — Io sono un po¬ vero figliuolo chiamato Stefano — e disse la patria sua e il nome del padre — che servo al re in questo basso ufficio che voi vedete, e nondimeno io guadagno tanto quanto egli si faccia. — Come — rispose il re — che tu guadagni altrettanto quanto il re? e che cosa guadagni tu? il re anco che cosa guadagna egli? — Il re — disse il guattarello — guadagna ciò che mangia, beve e veste, e per la mia fede io averò altrettanto da lui si come egli ha da nostro signor Iddio; e quando verrà il giorno de la morte egli, ben che sia ricchissimo re ed io poverissimo compagno, non porterà perciò più seco di quello che porterò io. — Questo sag¬ gio motto piacque sommamente al re e fu la ventura di Ste¬ fano, perciò che il re lo fece suo varletto di camera e gli fece del bene assai; e crebbe in tanta grazia del re che se talvolta il re che era colerico e subito, gli dava qualche schiaffo e che egli si fosse messo a piangere, il re che non poteva sofferire di vederlo lagrimare, a ciò che s’acquetasse li faceva dare ora mille ed ora duo milia scudi, e sempre l’ebbe caro