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NOVELLA XLV 153 alcuno o speri che quelle narrandole divengano minori, ché sensibilmente ogni punto d’ora diventano assai maggiori ; ma dirollo a fine che sapendo voi la cagione del mio morire, quando io sarò morto e non prima possiate ridirlo, a ciò che se per caso mai fosse rapportato a l'orecchie di colei che io oltra ogni credenza amo, ella sappia che io quanto amar si possa l’amai. Il che se dopo la morte potrò risapere, ovunque lo spirito mio sarà, non potrò se non riceverne infinita conten¬ tezza. Devete dunque sapere che il primo di che agli occhi miei la divina bellezza ed il supremo valore de la reina Anna apparsero, e che io più che d’uopo non era le singulari ed eccellentissime sue maniere e l'altre innoverabili doti di lei con¬ siderai, che cosi oltra ogni misura di quella m’accesi che mai più non è stato in mio potere non dirò d'ammorzare cosi fervente amore, ma pure in parte minima intepidirlo. Ho fatto quanto m'è stato possibile per macerar questo mio sfrenato disio, ma il tutto è stato indarno: le mie forze sono state a cosi potente avversario troppo deboli. Né crediate già che lo stato mio a par di tanta altezza io non conosca e che altresì non sia certissimo questo mio amore, a ciò non dica pazzia, esser fuor d'ogni convenevolezza, ché son ben chiaro tanto alto e nobile amore a la mia bassezza non convenirsi. Io non sono, compagni miei, a me medesimo caduto di mente, perciò che ottimamente la mia condizione e quella di madama la reina a pieno conosco. La prima volta che io mi sentii dai lacci d'amore irretito, quella conobbi esser reina de le prime de' cri¬ stiani e me povero giovine fuoruscito di casa mia, e male a me convenirsi in cosi nobile ed alto luogo i miei pensieri diriz¬ zare. Ma chi potrà por freno o dar legge ad Amore? Chi è che secondo la debita elezione s’innamori? Certo, che io mi creda, nessuno, perciò che Amore come più gli aggrada il più de le volte scocca le sue quadrella, né ha riguardo a grado o con¬ dizione di persona. Non s’è egli già visto eccellentissimi uomini, duci, regi ed imperadori essersi accesi d’amore di donne di bassa e vilissima schiatta? Non s’è anco inteso bellissime ed al¬ tissime donne, sprezzate le grandezze degli stati, abbandonati