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novella xiv 163

IL BANDELLO

al signor

mario equicola d’olveto

salute


Strani e spaventosi talora son pur troppo i fortunevol casi che tutto il díveggiamo avvenire, e non sapendo trovar la cagione che accader gli faccia, restiamo pieni di meraviglia. Ma se noi crediamo, come siamo tenuti a credere, che d’arbore non caschi foglia senza il volere e permission di colui che di nulla il tutto creò, pensaremo che i giudici di Dio sono abissi profondissimi e ci sforzaremo quanto l’umana fragilitá ci permette a schifar i perigli, pregando la pietá superna che da lor ci guardi. La Fortuna lasciaremo riverire agli sciocchi, e lodaremo il satirico poeta che disse: — O Fortuna, noi uomini ti facciamo dea ed in cielo ti collochiamo. — Ora io vi mando un meraviglioso accidente che di nuovo in Napoli è occorso, pieno di stupore e di compassione, secondo che in casa del signor abbate di Gonzaga narrò, non è molto, il piacevole e gentil giovine messer Giovantomaso Peggio. Quando voi l’averete letto, vi piacerá leggerlo a la nostra comune padrona, madama Isabella da Este marchesa di Mantova, e tenermi ne la sua buona grazia. Sarete anche contento communicarlo con le gentilissime damigelle di quella, che pur solevano cosí volentieri le cose mie leggere, non vi scordando il nostro gentilissimo e dotto messer Gian Giacomo Calandra ed il mio piacevole tanto da me amato il signor Girolamo Negro. State sano.