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novella viii 119

starebbe bene. Ella altro non diceva, se non che la liberassero e la lasciassero andar a casa, tuttavia amaramente piangendo. Tentò di nuovo il giovine con dolci parole, con larghe promesse e con volerle alora dar danari di rachetarla. Ma il tutto era cantare a’ sordi, e quanto piú egli si sforzava consolarla ella piú dirottamente piangeva. E veggendo pur che egli in parole multiplicava, gli disse: — Giovine, tu hai di me fatto ogni tua voglia e il tuo disonesto appetito saziato. Io ti prego, di grazia, che omai tu mi liberi e mi lasci andare. Ti basti quanto hai fatto, che pur è stato troppo. — L’amante, dubitando che per dirotto pianto che Giulia faceva non fosse discoperto, poi che vide che indarno s’affaticava, deliberò di lasciarla e di partirsi col suo compagno; e cosí fece. Giulia, dopo l’aver amaramente buona pezza pianto la violata verginitá, racconciatasi intorno i suoi disciolti pannicelli e a la meglio che puoté rasciugatosi gli occhi, se ne venne tosto a Gazuolo e a casa sua se n’andò. Quivi non era né il padre né la madre di lei; v’era solamente in quel punto una sua sorella d’etá di dieci in undeci anni, che per esser alquanto inferma non era potuta andar fuori. Giunta che fu Giulia in casa, ella aperse un suo forsiero, ove teneva le sue cosette. Dapoi, dispogliatasi tutti quei vestimenti che indosso aveva, prese una camicia di bucato e se la mise. Poi si vestí il suo valescio di boccaccino bianco come neve ed una gorgiera di velo candido lavorato, con uno grembiale di vel bianco, che ella solamente soleva portar le feste. Cosí anco si mise un paio di calzette di saia bianca e di scarpette rosse. Conciossi poi la testa piú vagamente che puoté, ed al collo si avvolse una filza d’ambre gialle. Insomma ella s’adornò con le piú belle cosette che si ritrovò avere, come se fosse voluta ire a far la mostra su la piú solenne festa di Gazuolo. Dapoi domandò la sorella e le donò tutte l’altre sue cose che aveva, e quella presa per mano e serrato l’uscio de la casa, andò in casa d’una lor vicina, donna molto attempata che era gravemente nel letto inferma. A questa buona donna lagrimando tuttavia, narrò Giulia tutto il successo de la sua disgrazia e sí le disse: — Non voglia Iddio che io stia in vita, poi che perduto