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Pagina:Bakunin - Conferenze.djvu/23


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riconosciamo che l’uomo non può sentirsi e sapersi libero — e per conseguenza non può realizzare la propria libertà — che in mezzo agli uomini. Io non sono libero che quando la mia personalità, riflettendosi come in tanti specchi, nelle coscienze egualmente libere di tutti gli uomini che mi circondano, mi ritorna rafforzata dal riconoscimento di tutti. La libertà di tutti lungi dall’essere di intralcio alla mia come sostengono gli individualisti, ne è invece la conferma, la realizzazione, l’estensione infinita. Volere la libertà e la dignità umana degli uomini tutti, vedere e sentire la mia libertà confermata, sanzionata e infinitamente estesa pel consenso di tutti, eccola la felicità; il paradiso umano sulla terra.

Ma una simile libertà non è possibile che nell’eguaglianza. Se un essere umano gode di una libertà maggiore della mia, io divento per forza il suo schiavo; e se è la mia, la libertà più grande, egli sarà mio schiavo. L’eguaglianza è dunque la condizione indispensabile per la libertà.

I borghesi rivoluzionari del 1793 l’hanno ben capita questa necessità logica. Ed è per questo che la parola Eguaglianza occupa il secondo posto della loro formula rivoluzionaria: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Ma quale eguaglianza? L’eguaglianza dinanzi alla legge, l’eguaglianza nei diritti politici, l’eguaglianza come cittadini ma non come uomini; perchè lo stato non riconosce affatto gli uomini; egli non conosce che i cittadini. Per lo stato l’uomo non esiste che in quanto esercita, — o è supposto per una finzione che eserciti — , i diritti politici L’uomo che è annientato dal lavoro obbligatorio, dalla miseria, dalla fame; l’uomo che socialmente è oppresso, che economicamente è sfruttato, schiacciato, e che soffre, non esiste per lo stato che ne ignora la sofferenza e la schiavitù economica e sociale, asservimento reale che si cela sotto l’apparenza, di una menzognera libertà politica. Questa eguaglianza è dunque politica ma non sociale,