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Un uomo che muore di inedia, che è oppresso dalla miseria, che ogni giorno deve sentirsi morire pel freddo e per la fame, e che vedendo soffrire tutti coloro che ama, nemmeno può venir loro in aiuto, ma questo non è un uomo libero, bensì uno schiavo. Un uomo condannato a rimanere per tutta la vita un essere rozzo per mancanza di educazione umana, un uomo privo di istruzione, un ignorante, è per forza uno schiavo; e se per caso esercita dei diritti politici potete essere sicuri che in un modo o nell’altro finirà sempre per esercitarli a suo danno ed a profitto invece dei suoi sfruttatori e dei suoi padroni.

Ma questa è invece la condizione senza la quale non può esservi libertà: Nessun uomo è tenuto ad obbedire ad un altro uomo; ed egli è libero a condizione che i suoi atti sieno determinati non dalla volontà di altri uomini ma dalla volontà propria e dalle proprie convinzioni. E invece, un uomo che per fame è costretto a vendere il suo lavoro, e col lavoro la sua persona, ed al prezzo più basso possibile al capitalista che si degna di sfruttarlo; un uomo che la rozzezza e l’ignoranza abbandonano alla mercè di accorti sfruttatori, questo sarà sempre uno schiavo.

E non è tutto. La libertà degli individui non è un fatto individuale, ma un fatto e un prodotto collettivo. Nessun uomo potrebbe essere libero senza il concorso di tutta la società umana. Gli individualisti, questi falsi fratelli che noi abbiamo combattuto in tutti i congressi di lavoratori, hanno sostenuto unitamente ai moralisti ed agli economisti borghesi, che l’uomo poteva essere libero e che l’uomo poteva essere uomo anche restando appartato dalla società, affermando che la società era stata fondata per libero contratto di uomini anteriormente liberi.

Questa teoria, bandita da J. J. Rousseau, lo scrittore del secolo scorso che ha fatto il maggior male, il sofista al quale si sono inspirati tutti i rivoluzionari borghesi,