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Invece lì, il terreno, tutto smaltato di fiorellini bianchi, rossi, celesti e arancioni, offriva una vista a mille doppi più vaga. O’era un’infinità di piccoli viali tutti sparsi di finissima ghiaia e fiancheggiati o da alberetti tagliati capricciosamente, o da magnifici rosai carichi di boccini borraccinati.

Ohe bellezza! Poi c’erano alcuni prati tutti rotondi, d’un verde che incantava la vista, i quali erano circondati da bianche panchine di marmo o da rigogliose piante di limoni; proprio nel mezzo sorgeva quando una statuetta pure di marmo, e quando una bella vasca di acqua limpida, dove scherzavano briosi cento e cento pesciolini rossi. Ogni tanto s’innalzavano in lontananza tante piccole montagne con alcune grotte finte che parevano scavate nel masso; dentro alle grotte, col muso fuori e in atteggiamento minaccioso, stavano certe grosse bestiacce, che io non avevo mai viste e che credevo di carne e d’ossa come me; erano tigri, leoni e lupi, fortunatamente di legno colorato.

Io giravo dietro dietro al mio padroncino, il quale guardava tutte quelle maraviglie con indifferenza; sicuro, lui, c’era avvezzo! Non così io. Non mi saziavo di ammirare. Ma il mio stupore doveva accrescersi ancor più, a misura che ci avvicinavamo a una specie di chiosco tutto dorato e chiuso al di fuori da una fittissima reticella di fil di ferro; sentivo uscir da quello un bisbiglìo e un cì-cì-cì così vivace, così variato, che non mi sapevo raccapezzare.

Un po’ mi parevano uccellini, un po’no; gli uccelli, dicevo fra me, stanno sugli alberi e volano all’aria