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¬ — 65 — dino pregò gentilmente il rustico amico che gli fa¬ cesse compagnia infino alla città, e ciò fece molto volentieri. « E giunti alla città menollo in una dispensa do- v’era usato di stare alcuna volta, e postogli innanzi carne, farina e altre vivande, pregavalo acciocché di quelle cose prendesse sicuramente. « E mentre stavano allegramente mangiando, il padron di casa incominciò ad aprir l’uscio; e al rumor che facea la chiave nella serratura, il topo cittadino, temendo la morte, e poco curandosi dell’infelice invi¬ tato, fuggì con maravigliosa rapidità. « Allora il topo campagnolo, vedendosi abbando¬ nato, rifugiossi in un cantuccio, e dalla solenne paura ch’egli ebbe, gli s’imbiancaron le basette e si buscò una bella febbre. « E poi che il padrone della dispensa fu partito, il topo della città uscì fuori, e vedendosi scampato, chiamò il compagno con grande allegrezza; e confor- tavalo e rassieuravalo con queste parole: « — Il pericolo è sparito ; fa’ cuore, caro fratellino, e assaggia questo intingolo di frutta e miele. — « Ma il topo dei campi rispose : « — In questa dolcezza si nasconde un veleno amaro: per me preferisco mangiar le mie fave secche in santa pace, anziché le tue ghiotte vivande col tre¬ mito della paura; tu che ci sei avvezzo e a cui non dà noia il turbamento della mente, rallegrati di co- deste ricchezze: in quanto a me torno lieto a’ miei campi, risoluto di mai più abbandonarli. — » Ohe te ne pare, caro figliuolo, di questa novelletta? — Dico, mamma mia, — risposi allora, che il po¬