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190 — Era così grosso e così schifoso, che non mi resse il cuore di mangiarlo. Poi, senza chiedergliene il permesso, presi la rosa con infinita delicatezza, e toltala da quell’abbiezione di ossi puzzolenti e di residui di rigovernatura, la deposi pianamente sopra un soffice letto di erbolina, da cui centinaia di viole del pensiero emergevano le piccole corolle. Lì almeno la povera vecchia avrebbe avuto una tomba degna di lei. La rosa mi soffiò sul viso un alito mori¬ bondo degli antichi profumi, e mi sussurrò con voce flebile: — Mio buon galletto, tu forse vorrai cono¬ scere i miei casi, vorrai sapere per qual do¬ loroso succedersi di eventi io son caduta sì basso, io, l’orgogliosa regina dei fiori.... — Mia buona signora, — le risposi pronto — io non ho davvero cotesta curiosità. Sarebbe bella che quando si ha la fortuna di prestar qualche piccolo servigio a qualcuno si esigesse poi che questo povero signor qualcuno ci rac¬ contasse i fatti suoi! No, no, signora rosa;