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— Mezzogiorno in punto, Lena; e si scodella la minestra.... venite via a degnare....

— Grazie, i’ ho fatto tardi; la diligenza parte a mezzogiorno e mezzo, e di qui al borgo c’è un bel pezzetto. State bene, Tonia: a voi, scusate l’ardire: vi ho portato pochi metri di lino, filato da me, perchè vo’ ne facciate du’ camicie alla Maria. Datele un bacio per me, e voi godetevi questo gallettino per amor mio; fatelo arrosto per Ceppo. —

E la Lena, dopo avere abbracciata e baciata la mi’ padrona, prese la via de’ campi.

L’infelice galletto a cui era riserbata una sorte si lacrimevole, appena la Tonia gli ebbe sciolte le gambe state fin allora strette in un legacciolo, era andato ad accoccolarsi dietro un albero, e dava certe occhiate all’intorno tutt’altro che liete.

Scommetto io, che se avesse potuto beccar gli occhi della Lena, se ne sarebbe ingegnato.

Rimasi solo con lui.

Sulle prime e’ teneva il suo posto, e pareva risoluto di star sulle sue; ma io invece d’impermalirmi o di fare altrettanto, lo compativo. Povera bestia! Era stato per più d’un’ora col capo all’ingiù e con le gambe imprigionate in un pezzetto di spago; non sapeva a qual fine la sua padrona gli faceva prender quella posizione affatto nuova per lui, e mentre si lambiccava il cervello per veder di capirci qualcosa, si sente posare improvvisamente a terra e, cosa più terribile ancora, ode l’annunzio della futura sua strage.

Domando io se queste le non son cose da fare stare in pena, e se il galletto non aveva mille ragioni di pensare a’ casi suoi.