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03 — pensavo al galletto della Lena, alla Tonia, al famoso nastrino rosso, e quelle memorie, dolci e crudeli ad un tempo, mi spremevano dagli occhi amarissime lacrime. Come Dio volle, si fece giorno. La nostra prigione si schiuse, e due manigoldi, dalla faccia nera come il carbone, ci presero due per due e ci legarono bra¬ vamente gli zampini con lo spago. Poi, come fossimo stati un mazzo di sparagi, ci portarono via col capo all’ingiù e con le gambe nelle loro mani. Il tempo era freddo ma bello. Le botteghe, tutte accomodate a festa, erano gre¬ mite di gente accorsa a far le provviste per il giorno dopo. Ohe folla, che confusione, che scampanìo! Gira e rigira, arrivammo finalmente in certe strade sudicie lercie, che sentii battezzare col nome di mercato. Lì sì, che ce n’ era della grazia di Dio ! Tanta da far venir l’acquolina in bocca anche al meno ghiotto. Non ci mancava nulla. Caci freschi, frutta dolcis¬ sime, chicche d’ogni maniera, uccellini bell’e pelati, vini scelti e un pollame poi.... da fare innamorar tutti, fuori che me. — Ma che galletti ! ma che be’ capponi ! — urlò improvvisamente il mio conduttore, con una vociac¬ cia che mi fece rimescolare. — O che gli salta per il capo, ora a farci questi elogi? — dissi fra me — eh’e’sia ammattito? — Ma le li guardino, signori, che be’galletti, che be’ capponi ! — proseguiva intanto quel traditore. Oapii e fremei. Il ladro metteva in evidenz