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. — 102 — XII. Sono venduto! Non mi ricordo più quali e quanti vicoli ci fe¬ cero traversare; so unicamente che giunti in una specie di catapecchia umida e buia, fummo gettat i come cenci sulla nuda terra, mentre con aria di scherno ci veniva augurata la buona notte. È inutile il dire che nessuno di noi potè chiuder occhio, tanto ci angustiava il pensare a quel che sa¬ rebbe avvenuto di noi il giorno dopo, che era ap¬ punto la vigilia di ‘Ceppo. Chi si vedeva già arro¬ stito, chi fatto in umido, chi lesso. Il povero Cocò ci assicurava d’aver vedute in sogno, la notte pre¬ cedente, le sue care defunte, e quello diceva esser segno sicurissimo di morte vicina. Non mi dava l’animo di ribattere quelle scioc¬ chezze, e tacevo. Tacevo, ma la mia testa non era più con me. Eipensavo, mesto, al pollaio nativo, alla mamma, al signor Giampaolo, a quell’angelo della Marietta e un poco al caro signor Alberto, che anche lui, po¬ verino, mi voleva tanto bene. Che faceva a quel- l’ora? Dormivano di sicuro, e forse i miei padroncini sognavano le chicche e i balocchi che sarebbero stati loro regalati al mattino. Oh chi avrebbe detto loro che il povero pulcino si trovava appunto allora in angustie mortali? Poi ri¬ — 1