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o. — 99 — Intanto, ecco sopraggiungere la notte della vi¬ gilia di Pasqua, notte lieta per tutti i buoni cristiani, ma per le galline funesta, atroce, orribilissima notte ! L’avvocato, avanti d’andare a letto, col suo ber¬ retto bianco in capo, le pantofole in piedi e seguito dalla Caterina, clie teneva la lucernina in mano, si avvicinò alla stia, dove stavamo tutt’ e tre, non pen¬ sando mai e poi mai, acquei che doveva succedere lì per lì. La mamma e la sorella dormivano saporitamente; io ne facevo le viste, e benché tenessi il capo nel¬ l’ala, vedevo tutto benone. L’avvocato aprì la stia adagio adagio, agguantò la mamma che di nulla so¬ spettava, e presala per il collo, la strangolò per colpa.... d’averla trovata troppo grassa. Avvocato traditore! Se la grassezza era delitto, da quanto tempo non avresti dovuto essere stran¬ golato anche te! Io fremevo; la mia sorella, povera innocente, seguitava a dormire. Ma quando la mattina all’alba si destò, e con- . templò lo spettacolo della madre priva del decoro delle penne e attaccata alla rastrelliera de’piatti, fu lì lì per isvenirsi, fu per buttarsi nel fuoco (fortuna che a quell’ora era spento) fu per mettersi in gi¬ nocchioni davanti al gatto di casa e dirgli: — Tu che mi hai desiderato tante volte invano, pigliami ora che è il momento. — Ma pensando poi che il gatto non se lo sarebbe fatto ridir due volte, e sospettandolo anche reo della strage materna, mi disse tremando: — Lascia che torni la Caterina, e vedrai se mi riuscirà di dirle le mie ragioni. — — 100 —