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Pagina:Atti del parlamento italiano (1861).djvu/34


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camera dei deputati — sessione del 1861


n’è maggiore il bisogno. Ma, affinchè la chiamata del Governo abbia buon effetto, è necessario modificare un articolo di legge relativo al reclutamento, e un altro sulle pensioni; queste modificazioni tendono ad offrire a quelli che s’arrolarono di nuovo migliori condizioni delle ordinarie; e ciò sembrami giusto.

Ho poi ragione di credere che, in vista dei vantaggi che loro si offrono, non sarà piccolo il numero di quelli che ripiglieranno servizio.

Per questi motivi, e per l’importanza dell’argomento, io spero che la Camera vorrà, come ebbi l’onore di pregarnela, dichiarare d’urgenza il presente progetto di legge.

presidente. La Camera dà atto al signor ministro della presentazione di questo progetto di legge, il quale s’intenderà dichiarato d’urgenza, se nessuno vi si oppone.

(È dichiarato d’urgenza.)


seguito della discussione del disegno di legge per la intitolazione degli atti del governo


presidente. L’ordine del giorno è il seguito della discussione generale sul progetto di legge concernente l’intestazione degli atti del Governo.

La parola è al deputato Carutti, che è inscritto per discorrere in favore.

carutti. Signori, se la mia volta di parlare mi fosse toccata ieri, avrei rinunziato alla parola, perchè mi era paruto che la Camera desiderasse che questa discussione avesse a terminare prestamente. Ma giacchè oggi continua, mi valgo della facoltà che mi è data, e chiedo di esprimere la mia opinione intorno alla presente legge.

Essa è brevissima; porta in fronte il nome del Re, rende un omaggio alla Divinità, contiene l’affermazione del fatto della volontà nazionale.

Sopra l’ultima parte non ho udita obbiezione alcuna; tutti gli oratori erano d’accordo nel riconoscere che la formazione del nuovo regno, l’avvenimento nel mondo della nuova Italia era il portato, era l’espressione universale della volontà dei popoli italiani.

E, se in cotesta questione potesse esservi alcuna sfumatura, direi, d’impressioni, parmi che questa potrebbe trovarsi in noi, dico, in noi abitatori del vecchio Stato; in noi che non abbiamo potuto, come voi, cittadini delle altre provincie, compiere quella formalità, quel rito, deporre cioè noi pure nell’urna il voto nostro per acclamare il nuovo Re d’Italia.

Ma a questa dolce invidia sottentra la riflessione, e, colla riflessione, nasce, permettete che io lo dica, un giusto orgoglio. Imperocchè a noi non era d’uopo nè di suffragio, nè di urna, nè di rito; noi da lungo tempo avevamo acclamato il Re, per noi la Dinastia era ed è una domestica gloria, un domestico vanto. Nove secoli di storia ci hanno uniti, compenetrati con essa; nove secoli di comunanza nella buona e nella rea fortuna ci hanno fatto comprendere, ci hanno fatto sentire che nel Re e col Re sta la vita nazionale, stanno i destini nostri avvenire, come stettero i destini nostri passati.

Ma questa nostra particolar condizione c’impone un dovere particolare, quello di essere più guardinghi, più gelosi nel conservare, nel custodire le dinastiche tradizioni, e, fin d’ora, quello di mantenere l’integrità del nome del Principe nostro.

L’omaggio alla Divinità, la grazia di Dio incontrò moltiplici oppositori, incontrò grande varietà di appunti e di accuse.

L’onorevole deputato Ferrari, in questa invocazione, ravvisò un’Italia diversa da quella che egli aveva vagheggiata ne’ suoi sogni, ne’ suoi studi; ed io lo credo. Un altro deputato vi scorgeva un pericolo per la libertà di coscienza, per l’indipendenza dello Stato, e, vinto dalla fantasia ardente, gli balenavano già quasi dinanzi agli occhi i roghi dell’inquisizione, le stragi degli Albigesi, l’ecatombe del giorno di San Bartolommeo; vedeva, debbo dirlo? vedeva possibile nel Re d’Italia l’abbiezione imperiale di Canossa. Un terzo ci scopriva un segno di conquista. Il deputato Brofferio, che mi duole di non vedere presente, che ieri non ha parlato, ma che aveva espresso anteriormente il suo sentimento, il deputato Brofferio diceva questa invocazione un pleonasmo.

Infine un altro oratore dubitava che essa fosse indizio d’ipocrisia. Permettete che su quest’ultima accusa io mi fermi anzi tutto; no, permettete anzi che non mi ci fermi, e dica semplicemente che essa non può convenire al Parlamento, non può convenire a nessuno di noi; in quanto che le nostre opinioni noi sappiam apertamente manifestarle e difenderle, nè abbiamo bisogno di coperte o di veli per dissimularle.

Però, l’onorevole guardasigilli ed il signor relatore avevano nei loro scritti già dichiarato il vero significato di questa formola.

Il guardasigilli aveva notato che essa è comune a tutte le monarchie, e che, siccome noi siamo in una monarchia, e nient’altro che in una monarchia, noi dobbiamo accoglierla come quella che ne esprime i principii.

Egli osservò inoltre che essa è un’affermazione d’indipendenza, mercè la quale il capo dello Stato dichiara che non tiene la Corona come vassallo di potentato alcuno, ma che delle sue opere deve render conto soltanto a Dio nel cielo ed alla nazione quaggiù.

L’onorevole relatore spiegava che dal suo canto questa formola, tutta cristiana nella sua origine, significa appunto il ripudio della conquista e della forza, e la proclamazione del diritto e della giustizia nel reggimento dei popoli. Ed io soggiungo che essa è il riconoscimento del sovrumano intervento negli avvenimenti mortali, è l’omaggio che l’umanità lieta o dolorante innalza al suo Creatore.

A me pare che questo superiore intervento si debba talvolta proclamare, e parmi che lo debbano maggiormente coloro i quali sono fautori delle dottrine così dette democratiche, quei dessi cioè i quali pretendono di essere gl’interpreti più diretti, più sinceri delle idee e delle credenze del popolo; giacchè il popolo, o signori, crede fortemente, altamente nella Provvidenza divina, e il riconoscerla, l’invocarla non giudica essere un pleonasmo.

Piu di tutti poi parmi avrebbe dovuto ammetterla l’onorevole deputato Ferrari, perocchè, mi sia lecito il dirlo, egli si deve trovare quasi straniero nell’Italia del giorno d’oggi; egli vide sempre le cose in un color tetro; egli fu pertinace, instancabile, inflessibile contraddittore delle idee, le quali hanno trionfato e ci furono guida e lume insino al giorno presente; egli, disdegnoso e fremente, talvolta ironico, esclamò continuamente come voce nel deserto; e quando il Parlamento, e la stampa, e la Lombardia, e tutta l’Italia lo contraddicevano crudelmente, egli protestava contro il Parlamento, la stampa, la Lombardia, l’Italia tutta: «Orazio sol contro Toscana tutta.» (Ilarità) Or bene, ora che i fatti in modo così solenne hanno smentite tutte le sue previsioni, ora che la patria è, si può dire, compita, niuno meglio di