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camera dei deputati -- sessione del 1861


l’Inghilterra, forti per antica potenza e compattezza, direi che basterebbe proclamare il regno d’Italia senz’aggiungere altro. Ma noi, signori, siamo in condizione ben diversa da quei popoli. L’Italia è appena legalmente costituita da un mese, la forza degli Italiani non è ancora quale dovrebbe essere, e quale tra poco fa d’uopo che sia.

Bisogna che noi formiamo la coscienza dei nostri popoli, dobbiamo ad essi ispirare la coscienza italiana. Questo costituisce la più gran forza dell’Inghilterra e della Francia, ed esse sono potenti per questa coscienza più di quello che lo siano per le migliaia di soldati e le centinaia di vascelli. Proclamate l’unità e l’indivisibilità della patria, e con questa legge, che sarà ogni giorno dinanzi agli occhi di tutti, insegnerete agl’Italiani il loro obbligo più sacro.

Ricordo che la Francia, in un’epoca in cui era assalita dall’Europa, si proclamò una ed indivisibile.

Io credo essere necessario che all’Italia si aggiungano le parole una ed indivisibile.

L’idea dell’unità è stata quella che ha ispirata la grande rivoluzione di cui oggi cominciamo a godere i benefici frutti. Questa idea di unità, che vuol dire la grandezza della nostra patria, era il conforto dei nostri esuli, la fede che sosteneva il coraggio ai nostri compagni che languivano tra le catene, la parola che ultima suonava sulle labbra dei nostri martiri che morivano pronunciando il gran nome d’Italia.

Noi, o signori, abbiamo deplorato che per tanti secoli le miserie della nostra patria provenissero dalla sua divisione.

Ebbene, mettiamo in questa legge quelle potenti parole come antitesi all’antica divisione, ed apprenderanno in questo modo i popoli quale è stato il concetto ispiratore del gran movimento che si compie, quale deve essere la meta dei nostri desiderii, quale debba essere il nostro programma per favvenire.

Una legge come questa, che sarà conosciuta in tutti i luoghi dello Stato, che sarà ogni giorno vista da ognuno nelle città, nelle borgate, nelle campagne con le parole una ed indivisibile, sarà ona scuola perenne per il nostro popolo, il quale apprenderà che quanto ci resta a fare sarà fatto senza indugio, e che dopo aver acquistato i sacri confini della patria, sentiremo eterno il dovere di conservarla incolume da qualunque violenza che potesse ricondurci alla passata miseria.

Sarà un saluto che noi manderemo a Roma che aspetta, sarà un saluto ed un conforto che noi manderemo ai nostri fratelli della Venezia, un programma dell’avvenire che sarà ogni giorno letto dai popoli italiani.

Signori, questo programma farà vedere al mondo la nostra decisa volontà di compiere, il più presto che possiamo, il nostro dovere, che noi non ci crederemo felici fino a che il vessillo tricolore non isventoli sul Campidoglio e sulle torri di San Marco.

Questa solenne dichiarazione dei rappresentanti del popolo darà coraggio a tutti i nostri amici e getterà lo spavento nei nemici. Essi diranno: l’Italia ha deciso di essere, e Roma e Venezia ben presto saranno sue.

L’Europa si convincerà che l’Italia non sarà mai un elemento d’ordine e di pace fino a che non cessi l’inquietudine che la tormenta, fino a che non vegga compiuti i suoi destini, fino a che non cinga la sua splendida corona fra le più grandi nazioni del mondo; si convincerà che fino a tanto che il papa siede in Campidoglio e lo straniero tiene un piede nella terra italiana, non s’udirà sulle labbra dei nostri giovani che il grido di guerra.

Rappresentanti del popolo, modificate la legge.

Ora sono sette mesi che le provincie di Sicilia e di Napoli votavano quel plebiscito che dava la metà d’Italia al re Vittorio Emanuele; quel plebiscito con cui si chiudeva qnel dramma così splendido della rivoluzione, che sarà la più bella gloria della nostra patria. Il plebiscito dichiarava Vittorio Emanuele re dell’Italia una ed indivisibile.

Io veggo in questa Camera coloro che primi lo scrissero, io ne vedo quasi duecento che lo votarono, e furono qui inviati dal popolo, che ricorderà sempre con orgoglio il giorno in cui esercitava il più grande atto di sovranità, eleggendosi il capo dello Stato.

Signori, è dell’interesse, è dell’onore di tutti i deputati italiani togliere via dalla legge le parole che ci riconducono al passato, e ci ricordano le cagioni delle nostre sciagure; ma noi Napolitani e Siciliani, oltre agli obblighi che con gli altri abbiamo comuni, ne abbiamo uno particolare, da cui non potremmo esimerci, senza rinnegare l’origine della nostra esistenza, il fondamento del diritto pubblico che alla caduta di Francesco II fu in quelle province proclamato dal nostro grande Liberatore. Se non ricuseremo di chiamare secondo Vittorio Emanuele, che ò il primo Re della libera Italia; se non respingeremo la formola della grazia di Dio, che è la negazione dell’umana libertà, se non proclameremo l’Italia una ed indivisibile, noi mancheremo al più sacro dovere, noi tradiremo il nostro mandato.

Presidente. Il deputato Petruccelli ha facoltà di parlare.

Petruccelli. Signori, io dichiaro anzitutto che non mi preoccupo del numero I: il numero d’ordine è un anacronismo, diceva l’onorevole Ferrari, ed una minaccia. Un anacronismo è un affare della diplomazia, e della diplomazia non occorre a noi intrattenerci: una minaccia è per l’avvenire, e l’avvenire non è mai quale noi ce lo figuriamo, va al di là d’ogni nostra previsione. Dunque il numero d’ordine non mi preoccupa nè per l’anacronismo, nè per la minaccia dell’avvenire, ed io lo voglio rispettato tanto più, in quanto che il Re è una tradizione del passato, è una reliquia che bisogna rispettare, e che bisogna toccare e discutere tanto meno, quanto’più lo si vuole amato e riverito.

Ora, a proposito di quel Ferdinando, di cui gli oratori precedenti hanno parlato, sapete, o signori, che cosa il popolo motteggiatore diceva, quando cangiò quattro volte di nome? Esso fece l’epigramma seguente:


Pria fu quarto, poi fu terzo
Finalmente ei fu primiero,
E, se dura questo scherzo,
Finirà coll’esser zero. (Ilarità)

Dunque non bisogna toccarli i re; lasciateli quali sono.

Io mi preoccupo molto più della grazia di Dio. La grazia di Dio è anche un’idea del passato; ma essa influisce potentemente sull’avvenire.

Gli onorevoli membri della Commissione hanno detto che la formola per la grazia di Dio è un portato del Cristianesimo.

No, o signori, il Cristianesimo è una religione democratica, la quale tutto al più li ha subiti i Re, non li ha discussi. Date a Cesare quel che è di Cesare. La formola per la grazia di Dio è un trovato del papato. Sono stati i papi, i quali, per consacrare un’usurpazione, e per istendere sull’orbe la loro influenza, l’alto loro dominio, hanno creato questo titolo.

Gli onorevoli membri della Commissione hanno soggiunto, che col nome di Dio si ripudiava la conquista, ossia la forza. Al contrario il nome di Dio legittimava la conquista, santificava la forza.