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Canto secondo 37


Ma quel che più d’Esperio attrasse il guardo
     Un mostro fu, che lungo la deserta
     Rada si strascinava immane e tardo,
     Di color vario e di natura incerta:
     Non mai dai miti al secolo bugiardo
     Fu sì bizzarra e oscena bestia offerta,
     Chè Sfingi a petto a questa Idre e Chimere
     Parrebber belle, non che vive e vere.

Come d’enorme tartaruga tozzo
     E gobbo ha il corpo a scacchi varj pinto,
     Tutto di sangue e di materia sozzo
     E di zampe e di code intorno cinto;
     Qual tre serpenti in mostruoso accozzo,
     Triplice ha il collo in varj nodi avvinto,
     Su cui tre volti fan mostra arrogante,
     Un di prete, un di sgherro, un di pedante.
     
Su ciascheduna testa arida e smorta,
     Quasi ad emblema della sua natura,
     Un coperchio o cappello il mostro porta
     Di materia diverso e di figura;
     L’uno è un tricorno, ond’ogni punta è storta,
     L’altro un pajuol di nova architettura,
     Il terzo un’ammirabil papalina
     Fatta a Bisanzio di lana caprina.