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Canto settimo 163


Sopravvenne l’aralda, e al viso, agli atti
     Riconosciuti i due ch’avea già visti,
     Come il vulgo a Milan dietro i monatti,
     Dalli, dalli, gridava, ecco i due tristi!
     Con un strillar d’inferociti gatti
     Suonâr gridi a quel grido in un commisti;
     E dàlli, dàlli, urlavan tutti; e dàlli,
     Dàlli, echeggiando ripetean le valli.

Esperio allor le femminili spoglie
     Non pure, ma qualunque altro indumento
     Impaziente in un balen si toglie,
     E si caccia fra quell’armeggiamento;
     O cornacchie, o civette, o scocciacoglie,
     O vessicacce gravide di vento,
     Or vedrete chi sono e quel che vaglio;
     E in cosí dir dà mano a un suo battaglio.

Molto incresce ad Edea, ch’egli dall’ira
     La mano guadagnar si lasci troppo:
     Ma infine ei non è vecchio, e il sangue tira;
     Pazienza, dice, e non vuol dargli intoppo;
     Anzi, a dir ver, come sì nudo il mira
     E sano e forte e senza macchia o groppo,
     Una dolcezza del suo cor s’indonna
     Ed un certo geloso impeto: è donna.