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132 Atlandide


Qual cane intento a rosicchiare un osso,
     Senza l’opra lasciar digrigna i denti,
     Sol che un simile suo di lui men grosso
     Farglisi accosto e riguardar si attenti;
     Così non di pudor ma d’ira rosso
     Ai quattro araldi a riverirlo intenti,
     Senza punto lasciar l’opra interrotta,
     L’irsuto Barabal freme e borbotta.

Ma coloro, che il san lubrico all’ira
     E san che l’oro i più ribelli acqueta,
     Tratta fuori di sacca un’aurea lira,
     Fan ciò che a Tebe il Niobeo poeta;
     Come il suon ode e il buon metallo ei mira,
     Non pur la ghigna spiana e il core allieta,
     Ma sorge lesto dall’olimpio trono,
     E allegro sculettando accetta il dono.

Saputo poi, che nell’orrenda lite
     Egli è dalle due parti arbitro eletto,
     Rimasticando le proposte udite,
     Il ciglio aggronda, e mugghia alfine: accetto;
     Poi confortato il sen con l’acquavite,
     Narra la fama, egli si pose a letto,
     E il cervel si stillò con tale ardore,
     Che quel dì non russò più di dieci ore.