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128 Atlandide


Un tal Protocordone, uom di mestiere
     Incerto, e anfibio d’animo e di forme,
     È l’inventore, il fabbro ed il pompiere
     Della proboscidal macchina enorme;
     Maneggiare ei la sa come un clistere,
     Ben ch’ora il poverin, fra tante torme
     D’ira frementi e di vendetta ingorde,
     Non raccapezzi il sacco dalle corde.

Pur si fa core; ed al comando avuto
     Di puntarla ai nemici e di far acqua,
     Così le fa schizzar ciò c’ha bevuto,
     Che a più d’un di là entro il corpo sciacqua;
     Molti drizzano in lei lo strale acuto,
     Ma gelida, perpetua essa gli annacqua,
     Tanto che alfin, maledicendo al Callo,
     Sentono rammencir la cresta al gallo.

Non tu, pro’ Zebedeo: Dunque daremo,
     Fra sè dicea, sì scandaloso esempio,
     Da mancare a noi stessi all’uopo estremo
     E ad un branco ubbidir maligno ed empio?
     Ed io, che nulla spero e nulla temo,
     Vedrò del Callo di Nason lo scempio?
     Basterà dunque un po’ di broda, o Dio,
     A sommerger l’ingegno e l’onor mio?