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Canto sesto 127


Qui serrati e chiavati, alle finestre
     Si fanno audaci, e su la schiera avversa,
     Fatti ognun delle braccia archi e balestre,
     Quanto in mano gli vien fulmina o versa;
     Mordonsi gli altri per furor le destre,
     Anche il Baron la continenza ha persa,
     E perso il capo, a suo perpetuo scorno,
     Avrebbe ancor, ma non l’avea quel giorno.

Setto però, cui fa stillar l’ingegno
     Paura o fame e pullular le idee,
     Si sovvien che là presso un tal congegno,
     Detto l’Organo Magno esser ci dee:
     Una tromba che fuor tutta è di legno,
     Dentro di piombo e insaziata bee,
     E poi, da un orifizio ampio c’ha in vetta,
     L’onda bevuta con gran furia getta.

Con un prode drappello al noto loco
     Recasi in fretta, e la pesante mole
     Trovata, ancor che mal connessa un poco,
     La traggon fuori a via di corde al sole:
     Tentennando sui fianchi e con un roco
     Lamentio protestar certo essa vuole,
     Che a venir fuori a malincuor s’induce,
     Perchè fatta per lei non è la luce.