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HO LA LEGGENDA DI ECCARTO Voci d’angoscia e di devoto zelo L’angusta valle, il curvo monte, il cielo. Fra cento giusti che, voltato il tergo Alla rea Babilonia, in quell’albergo Semplici e puri conducean la vita, Fu di nobile stirpe e di fiorita Virtù, di vivo e fervido intelletto, E d’angelica forma, un giovinetto, Che sol di poco avea passato il quarto Lustro, e per nome si chiamava Eccarto. Nato in mezzo alle pompe, in aurea sede, Non indegna di un re, unico erede D’un possente signor, cui di protervi Conti e di sgherri e d’angariati Bervi Stuol diverso obbediva, ei, come prima Ebb’uso di ragion, fé’ giusta stima D’ogni terrena vanità, del molto Oro ed argento, del bugiardo volto Della sterile gloria, e infin di quante Ingannevoli larve il volgo «Tante Beni addimanda e con perverso amore Sempre agogna e persegue; e pieno il core