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66 SATIRA

Esser tali dovean quelli, che vieta
     Che sian ne la Repubblica Platone,
     Da lui con sì santi ordini discreta.
Ma non fu tal già Febo, nè Anfione;
     Nè gli altri che trovaro i primi versi;
     Che col bel stile, e più con l’opre buone
Persuasero agli uomini a doversi
     Ridurre insieme, e abbandonar le ghiande,
     Che per le selve li traean dispersi.
È ver che i più robusti, la cui grande
     Forza era usata a gli minori torre
     Or moglie, or gregge, or le miglior vivande,
Si lasciaro a le leggi sottoporre,
     E cominciàr, versando aratri e glebe,
     Del sudor lor più giusti frutti a corre.
I scrittor fero indi a l’indotta plebe
     Creder che al suon de le soavi cetre
     L’un Troja, e l’altro edificasse Tebe;
E ch’avean fatto scendere le pietre
     Da gli alti monti, ed Orfeo tratto al canto
     Tigri e leon da le spelonche tetre.
Non è, s’io mi corruccio, e grido alquanto
     Più con la nostra, che con l’altre scole,
     Ch’io non vegga ne l’altre anche altrettanto.
D’altra correzion, che di parole
     Degno, nè del fallir de’ suoi scolari,
     Non pur Quintiliano è che si duole,