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ATTO QUARTO.




SCENA I.

EROSTATO solo.


Che debb’io far, misero me? che partito, che remedio, che scusa ci posso pigliare io, per nascondere la fallacia così prospera, e senza un minimo impedimento già doi anni sino a quest’ora continuata? Or si conoscerà se Erostrato o pur Dulipo sono io, poichè ’l vecchio padrone mio, il vero Filogono, inopinatamente c’è sopravvenuto. Cercando io Pasifilo, ed avendomi detto uno che veduto l’avea fuori della porta di Santo Paulo uscire, me n’ero andato per ritrovarlo al porto; ed ecco vedo una barca a la ripa giungere: levo gli occhi, ed ho su la proa veduto prima Lico mio conservo, e poi fuor del coperto porre a un tempo il mio vecchio padron il capo. Ho voltato súbito le piante, e son più che di fretta, per avvisarne il vero Erostrato, venuto, acciò che egli con meco, ed io con lui, al repentino infortunio, repentino consiglio ritroviamo. Ma che potressimo investigare finalmente, quando lunghissime deliberazioni ancora ne concedesse il tempo? Egli per Dulipo e famiglio di Damone per tutta la terra è conosciuto; ed io similmente sono Erostrato e di Filogono figliuolo riputato. Vien qui, Crapino; corri là, prima che quella vecchia entri in casa, e pregala che veda se Dulipo c’è, e che gli dica che venga su la strada, chè tu li vuoi parlare. Odi; non li dire ch’io sia che lo dimandi.


SCENA II.

CRAPINO, PSITERIA, EROSTRATO.


Crapino.     O vecchia... o vecchiaccia sorda... non odi tu, fantasma?

Psiteria.     Dio faccia che tu non sia mai vecchio, perchè a te non sia detto similmente.

Crapino.     Vedi un poco se è Dulipo in casa.

Psiteria.     C’è pur troppo; così non ci fusse egli mai stato!

Crapino.     Digli in servizio mio, che venghi sin qui, ch’io vô parlargli.