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88 i suppositi.


Pasifilo.     Quando a Damon anco tu lo dicevi; ch’io ero in luogo ch’io te vedeva e odiva. Oh bella prova! accusare quella misera fanciulla, e dare cagione a quel povero vecchio che si môja di affanno! oltra la ruina di quello infelice giovene e de la nutrice, ed altri scandoli che ne seguiranno.

Psiteria.     È stato inconsideratamente, e non ne ho tanta colpa io, come tu pensi.

Pasifilo.     E chi ne ha colpa?

Psiteria.     Ti dirò come è stata la cosa. Sono molti dì ch’io m’era avveduta che Dulipo quasi giaceva ogni notte con Polimnesta per mezzo de la nutrice, e mi tacevo; ma questa mattina la nutrice cominciò a garrir meco, e ben tre volte mi disse imbriaca; e gli risposi al fine: — Taci, taci,1 ruffiana; tu non sai forsi ch’io sappia quello che per Dulipo fai quasi ogni notte? — ma ben in verità non credendo essere udita. Ma la disgrazia volse che ’l padrone intese, e mi chiamò là, dove è stato forza ch’io li narri il tutto.

Pasifilo.     E come gliel’hai narrato!

Psiteria.     Ah misera me! s’io pensavo che ’l padron se lo dovesse così avere a male, m’avería prima lasciata uccidere, che gli l’avessi revelato.

Pasifilo.     Gran fatto, se dovea averselo a male!

Psiteria.     Mi duole di quella misera fanciulla, che piagne e si straccia li capelli, e si dibatte, che gli è gran compassione a vederla; non perchè il padre l’abbia battuta nè minacciata, anzi il doloroso vecchio ha pianto con lei: ma per pietà ch’ella ha della nutrice, e più, senza paragone, di Dulipo, che ambi doi sono per fare male li fatti suoi. Ma voglio andare, ch’io ho fretta.

Pasifilo.     Va’ pur, chè tu gli hai ben concio la scuffia in capo.




  1. Ant. stam.: Tace tace.