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atto quinto. — sc. iv, v. 341

Io l’avrò qui alla barbería, ove è solito
Di giôcar, quanto è lungo il giorno, a tavole.


SCENA V.

CORBOLO, STAFFIERI, PACIFICO.


Corbolo.Fratelli, andate pur; non state a perdere
Tempo, che ’l padron mio, dal quale comprano
Il formaggio i Giudei, mi dice ch’eglino
Han mutato proposito, e che tolgono
Pur la bolletta, ed han pagato il dazio.
Staffieri.Era però un miracolo che fossimo
Sì avventurosi.
Corbolo.                         Accettate il buon animo:
Non è per me restato di farvi utile.
Staffieri.Lo conosciamo, e te ne avrem sempre obbligo.
Corbolo.Son vostro sempre, fratelli.
Staffieri.                                                Addio, Corbolo.
Pacifico.Come hai fatto?
Corbolo.                            Benissimo: ti fieno
Venticinque fiorin dati da Ilario,
Pregandoti e di grazia domandandoti,
Che tu li accetti; se però procedere
Vorrai com’io diròtti, e servi i termini
Nel parlar tuo, che poi ti farò intendere,
Riposto che lo spiedo abbi. Or non perdere
Tempo, riponlo, ed a me torna subito.
Odi.
Pacifico.        Che vuoi?
Corbolo.                          Poichè non hai più dubbio
Che li danar promessi non ne venghino,
Fa che tua moglie eschi di là, e dia comodo
Che questi amanti insieme si sollazzino
Prima che torni la fante, o che1 Fazio.
Pacifico.Ci sarà tempo: ancora che la Menica
Tornasse, avrò ben luogo dove spingerla
Di nuovo. Da temer non hai di Fazio,
Che mai tornare a casa non è solito


  1. Così le antiche, sottintesovi il verbo. I moderni mutarono, come sembra: ovver.

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