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egloga. 273

E stalla il gregge, ora salubri paschi,
165E quando fiume o canal d’acqua pieno;
     Così gli è cura sua che non si caschi
In peste, in guerra, in carestía; che ’l grande
168Del minor le fatiche non intaschi.
     Hai sentito che alcun mai gli dimande
Cosa che giusta sia, che da sè vôto,
171O poco satisfatto lo rimande?

     

Tirsi.Io credo che già a quel chiedere a vôto
Più non si può; nè dal padre traligni,1
174A cui fui, sua mercè, come a te noto.
     Lodando il figlio, Eraclide mi pigni;
Del quale io, sebben nato ed uso in boschi,
177Trovai gli effetti in me tutti benigni.

     

Melibeo.Oltra che umano sia, vô che ’l conoschi
Pel più dotato2 uom che si trovi; e volve3
180Gli Umbri, gl’Insubri, gli Piceni, i Toschi.
     Che saggio e cauto sia, te ne risolve
Questo, che al varco abbia saputo accôrre
183Quei che aver se ’l credean sotto la polve.
     Chi sa meglio espedir, meglio disporre
Quel che convien? non è intricato nodo
186Che l’alto ingegno suo non sappia sciôrre.
     Qual forte usbergo è del suo cor più sodo?
A cui fortuna far può mille insulti,
189Ma non che sia per sminuirne un chiodo.
     Vedi tu in altri costumi sì culti?
Gli puoi tu in sì vil cosa esser cortese,
192Che amplissima mercè non ti risulti?
     Hai tu sentiti i ladri nel paese,
Di che prima solea dolerse ognuno,
195Poscia ch’egli di noi custodia prese?
     Mira che qui può quel che può nessuno,
Nè però vuol conceder contra il giusto
198Cosa a sè che negata abbia ad alcuno.


  1. Accettiamo l’emendazione che di questi due versi aveva fatta il Lampredi; non potendo cavarsi costrutto migliore dal Manoscritto, il quale ha, scorrettamente, come confessa il Mulini che lo ricopia:
                             Io credo che sia quel chiedere a voto
                             Più non si po, nel patre traligni.
  2. Così legge il Lampredi; e il Molini, col Manoscritto e coll’Inghirami, che se ne scusa: datato.
  3. Il Molini spiega: «e cerca pure gli Umbri ec.»