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222 elegia quarta.

45Della madre de’ Dei trasse pel Tibro.1
     Al ferro, al fòco, al tôsco, a ogni periglio
Chieggio d’espormi, per mostrar che a torto
48Ho da portar per questo basso il ciglio.
     Se non indegnamente in viso porto
Così importuna macchia, che potermi
51Con poca acqua lavar pur mi conforto;
     Cresca sì che mi cuopra, e poi si fermi,
Nè mai più mi si levi, e tutto il mondo
54In ignominia sempre abbia a vedermi;
     E séguiti il martir non pur secondo
Che fôra degno il fallo, ma il più grave
57Ch’abbia l’inferno al tenebroso fondo.
     Ma se si mente chi incolpata m’have;
Com’è sincero il cor, così di fuore
60Ogni bruttezza presto mi si lave:
     E tutto quel martir che a tanto errore
Si converría, veggia cader su l’empio
63Che della falsa accusa è stato autore;
     Sì che ne pigli ogni bugiardo esempio.




ELEGIA QUINTA.




     2Forza è al fin che si scuopra e che si veggia
Il gaudio mio, dianzi a gran pena ascoso,
3Ancor ch’io sappia che tacer si deggia,
     E quanto a dirlo altrui sia periglioso;
Perchè sempre chi ascolta è più proclive
6Ad invidiar che ad esserne giojoso.
     Ma, come quando alle calde aure estive
Si risolvono i ghiacci e nevi alpine,



  1. Prima del nostro il Petrarca: «Fra l’altre la vestal vergine pia, Che baldanzosamente corse al Tibro, E per purgarsi d’ogni infamia ria, Portò dal fiume al tempio acqua col cribro.» Trionf. Cast., cap. I. Di Tuzia e Claudia vestali è noto ciò che, non senza superstizione, ci narrano gli storici.
  2. Il Baruffaldi la crede composta, a sfogo di allegrezza, nel giorno in che il poeta sposò a moglie Alessandra Benucci vedova Strozzi.