Apri il menu principale

Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/67


canto trentesimoquinto 61


12
     Dico che, come arriva in su la sponda
del fiume, quel prodigo vecchio scuote
il lembo pieno, e ne la turbida onda
tutte lascia cader l’impresse note.
Un numer senza fin se ne profonda,
ch’un minimo uso aver non se ne puote;
e di cento migliaia che l’arena
sul fondo involve, un se ne serva a pena.

13
     Lungo e d’intorno quel fiume volando
givano corvi et avidi avoltori,
mulacchie e varii augelli, che gridando
facean discordi strepiti e romori;
et alla preda correan tutti, quando
sparger vedean gli amplissimi tesori:
e chi nel becco, e chi ne l’ugna torta
ne prende; ma lontan poco li porta.

14
     Come vogliono alzar per l’aria i voli,
non han poi forza che ’l peso sostegna;
si che convien che Lete pur involi
de’ ricchi nomi la memoria degna.
Fra tanti augelli son duo cigni soli,
bianchi, Signor, come è la vostra insegna,
che vengon lieti riportando in bocca
sicuramente il nome che lor tocca.

15
     Cosí contra i pensieri empi e maligni
del vecchio che donar li vorria al fiume,
alcun ne salvan gli augelli benigni:
tutto l’avanzo oblivïon consume.
Or se ne van notando i sacri cigni,
et or per l’aria battendo le piume,
fin che presso alla ripa del fiume empio
trovano un colle, e sopra il colle un tempio.