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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/38

32 canto


124
     E prima fa che ’l re con suoi baroni
di calda cera l’orecchia si serra,
acciò che tutti, come il corno suoni,
non abbiano a fuggir fuor de la terra.
Prende la briglia, e salta sugli arcioni
de l’ippogrifo, et il bel corno afferra;
e con cenni allo scalco poi commanda
che riponga la mensa e la vivanda.

125
     E cosí in una loggia s’apparecchia
con altra mensa altra vivanda nuova.
Ecco l’arpie che fan l’usanza vecchia:
Astolfo il corno subito ritrova.
Gli augelli, che non han chiusa l’orecchia,
udito il suon, non puon stare alla prova;
ma vanno in fuga pieni di paura,
né di cibo né d’altro hanno piú cura.

126
     Subito il paladin dietro lor sprona:
volando esce il destrier fuor de la loggia,
e col castel la gran cittá abandona,
e per l’aria, cacciando i mostri, poggia.
Astolfo il corno tuttavolta suona:
fuggon l’arpie verso la zona roggia,
tanto che sono all’altissimo monte
ove il Nilo ha, se in alcun luogo ha, fonte.

127
     Quasi de la montagna alla radice
entra sotterra una profonda grotta,
che certissima porta esser si dice
di ch’allo ’nferno vuol scender talotta.
Quivi s’è quella turba predatrice,
come in sicuro albergo, ricondotta,
e giú sin di Cocito in su la proda
scesa, e piú lá, dove quel suon non oda.